Morirai a mezzanotte, Lamberto Bava, 1986

A metà degli anni ’80 esisteva qualcosa, in Italia, che è stato davvero un unicum: la chiamavano ADC, o DAC, ma per tutti era la factory di Dario Argento. Un manipolo di registi (Argento stesso, Bava jr, Soavi), un gruppo di sceneggiatori (Sacchetti, Ferrini, oltre agli stessi registi), che producevano uno o due film all’anno, prodotti dallo stesso Argento (una delle poche occasioni in cui il nome del produttore era scritto a caratteri più grandi di quelli del regista, per ovvi motivi), spesso in collaborazione con Reteitalia. Morirai a mezzanotte è esattamente un film del genere: basso costo, poche idee, attori scarsi e il nome tutelare di Dario a farla da padrone anche come riferimento stilistico.

La trama del film di Bava è risibile: ad Ascoli Piceno (sic) scoppia una serie di omicidi, che hanno dei legami con i delitti di un serial killer bruciato vivo anni prima. C’è un commissario che indaga, la cui figlia sta facendo la tesi con una criminologa che si era occupata dei casi passati e che, tendenzialmente, è scettica rispetto alle conclusioni ufficiali delle inchieste. Questa trama è messa in scena con continui riferimenti ad Argento, ed ecco qualche esempio: dal nome del poliziotto (Terzi, come l’istituto de Il gatto a nove code), fino a sequenze (come l’omicidio nel teatro) che occhieggiano a scene simili di altri film (in questo caso, Quattro mosche di velluto grigio). E si passa per l’autocitazionismo della colonna sonora (atroce, ad opera di Claudio Simonetti, con uno dei brani identico a “Death Dies” di Profondo rosso), per arrivare a volti riflessi in uno specchio e al particolare rivelatore visto malamente, direttamente recuperato da L’uccello dalle piume di cristallo. La protagonista, poi, è la Lara Wendel di Tenebre. E, già che ci siamo, ci sono ammiccamenti anche a modelli ben più alti, quali Shining, con coltelli che fendono porte dietro le quali si riparano donne urlanti.

La visione del film, quindi, è destata solo dall’annotare questi rimandi, dall’adocchiare gli orrendi costumi che indossano i protagonisti (la moda cheap italiana anni ’80 è da denuncia), e da qualche botta di splatter che, all’epoca, ancora era concessa. Questo fino a tre quarti dell’opera. Eh già, perché all’ultimo Bava (che firma il film John Old jr, richiamando direttamente il nome d’arte del padre) si sveglia, e crea, con le sequenze finali, qualcosa di vagamente accettabile. Ed è proprio questo il punto: quella factory produceva dei prodotti di largo consumo, spesso girati male, ma che davano la possibilità, talvolta, di incappare (come oasi nel deserto) in momenti di cinema almeno vagamente apprezzabili. Un po’, mutatis mutandis, come è sempre successo nelle factory di tutto il mondo. Peccato, quindi, che anche la curiosa esperienza della DAC si sia spenta, e con lei il suo autore di riferimento.

Moneyshot: la parte finale del film, ambientata in un albergo isolato (ohh), che potete vedere qui e qui.

IMDB | Trailer (tedesco)

Annunci

Pubblica un Commento

Required fields are marked *

*
*

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: