Happy Family, Gabriele Salvatores, 2010

Dice che del passato si ricordano solo le cose belle.
Mica vero.
Io per esempio ricordo l’ultimo film di Calopresti, L’abbuffata. E mi è venuto in mente ieri, durante la visione di Happy family. Quando Fabrizio Bentivoglio e Diego Abatantuono si scambiano la canna dell’amicizia, a suggello de legame nato tra padri di due (mancati) sposi adolescenti. “Io in Marocco ci ho fatto il soldato” “Ma infatti io ti ho già visto…possibile sia accaduto in Marocco?” “Ma no…il Marocco è grande…”. In quell’istante preciso mi è venuta in mente la scena in cui Calopresti incontra la sua ex (nel film e nella vita) Valeria Bruni Tedeschi su un terrazzo romano, felicemente fidanzata con Gerard Depardieu.

Dice: vabbè, ma che citarsi addosso è diventato un peccato capitale? Il punto non è quello. Quello è lo spunto. Perché entrambe le commedie, sulla carta così originali, sovversive, divertenti, strafottenti e coraggiose, della serie che anche il cinema italiano ha i numeri per reinventarsi attraverso operazioni di metacinema, della serie “adesso ti sforno anch’io il mio ottemmezzo”, ecco, entrambe, perdonate l’autocitazionismo (questa volta interno al collettivo) ci fanno sussurrare, timidamente, mentre ci accomodiamo fuori dal cinema: “vabbè, Gabbriè (Mimmo)… che cce dovevi da dì?”.

Insomma, Salvatores ha deciso di fare un film sul cinema. Ma anche sulla scrittura. Ma anche sul teatro, solo che i personaggi in cerca di autore (e attore) sono otto invece che sei. E anche se il regista ci ironizza sopra, il povero Luigi da Girgenti a mio modesto avviso avrebbe riso meno. Un film sulla narrazione, sulla paura del cinema italiano (punta il dito Salvatores, ma con benevolenza, è sempre stato serafico) di uscire dagli schemi, dalle solite storie, sulla necessità di osare. Ecco,  Salvatores arriva e dice: “adesso ci penso io a stupirvi, scuotervi, risvegliarvi e sorprendervi”: il problema è che per buona parte del film non ci riesce.

Che poi la trama è questa: c’è uno scrittore (Fabio De Luigi), che è scrittore perché non ha nulla da fare. E’ uno che inventa storie, e vallo a capire se è la realtà che si fa invenzione o l’invenzione che si fa realtà. E vuole scrivere un film , ma che sia d’autore. E si trova ad avere a che fare coi suoi personaggi di carta (meglio, digitali) che gli si intrufolano prima sullo schermo del portatile, poi addirittura in casa, a reclamare la loro storia: due famiglie, una figlia che si vuole innamorare, altri due che si devono sposare, un malato (di tumore,” maligno ovviamente”) che vuole sapere se muore o guarisce, le mature signore (Buy, Signoris)che vogliono garanzie sul corretto e soddisfacente disvelamento delle loro personalità complesse, quindi tali da non poter esser liquidate in due scene. Così allo scrittore che già aveva messo la parola fine su di un racconto con finale aperto (“ma la gente non li vuole i finali aperti!”) torna ad immergersi nell’intreccio di storie (nel quale pure lui è rimasto incastrato) che attorno ad una tavolata alto-borghese celebra il proprio compimento. Nel frattempo abbiamo visto: personaggi parlare alla macchina da presa (Allen), una ragazza complessata e ovviamente artistoide fumare nella vasca da bagno, il ragazzino saccente (e omosessuale latente) in gilet a rombi e occhiali da wasp (Wes Anderson), Bentivoglio in versione Guido Anselmi in un sogno in bianco e nero narrato dal lettino dello psicanalista (un po’ di Fellini non lo vuoi aggiungere?), una palpatina a Godard e un salutino finale alla Bigelow. In questo gioco di rimandi, citazioni (e auto-citazioni), esperimenti, “originalità” di narrazione (?) si consuma il film di Salvatores. E alla fine esci con quell’impressione che “sicuro l’intenzione era buona, ma…”, insomma, con poche conclusioni da trarre, con un senso che non si condensa ma rimane sfilacciato e si disperde, tante idee che poi assieme non quagliano. Personalmente, ho trovato alcuni momenti di comicità riusciti (altri, i più, sono piuttosto imbarazzanti): ma se si trattava (come credo fosse nelle intenzioni, appunto) di sfondare barriere attraverso un rivoluzionario saggio per immagini su cosa debba essere il cinema italiano oggi, o peggio ancora l’hommage definitivo dell’uomo di cinema al cinema ecco, mi pare che il film di Salvatores rimanga molto alla superficie, non dia l’impressione di aver afferrato un nucleo e di essersene fatto portatore e rivelatore all’umanità (almeno a quella cinefila) intera. Nè di aver raggiunto una cifra propria, ed è abbastanza grave questa mancanza di originalità con siffatte intenzioni. Con Nirvana aveva dichiarato per lui finito il tempo della commedia all’italiana, e credo intendesse con questa famiglia felice inaugurare un nuovo filone: dovrà spiegarci, un giorno, quale. Non abbiamo fretta.

IMDB | Trailer

6 Comments

  1. icepick
    Posted 7 aprile 2010 at 11:27 | Permalink | Rispondi

    un commento di apprezzabile sobrietà e di raro equilibrio. ancor più se si pensa allo sforzo che si deve fare per non iniziare a insultare o a prendere in giro.
    una domanda:
    sono io o la battuta (circa) durante il massaggio “…le mani di una donna, anche se cinese, mi provocavano….” è vagamente razzista?
    che poi la beffa è che lo stereotipo sarebbe che le donne orientali sono *più* brave, non meno.

  2. fedemc
    Posted 7 aprile 2010 at 11:48 | Permalink | Rispondi

    veramente brava papessa che ti sei contentuta e sei stata molto chiara…
    beh, anche ridere perché i cinesi non hanno la r ma la “elle” è, se non razzista, squallido.

  3. papessa
    Posted 7 aprile 2010 at 12:16 | Permalink | Rispondi

    Il vituperio l’ho lasciato a Fra, che doveva sfogarsi. L’ho visto pure strappare una poltrona dalla sala dell’Odeon con la schiuma alla bocca e lanciarla contro lo schermo, a fine proiezione. Era diventato anche verde.
    “Le mani di una donna”ecc…no dai è razzismo di rimbalzo, razzismo che sfotte il razzismo secondo me. Mentre la elle se la poteva risparmiare, ha ragione Fede. Mancava che qualcuno facesse pure una puzzetta.

  4. icepick
    Posted 7 aprile 2010 at 13:37 | Permalink | Rispondi

    sì il cinese che parla senza erre è pietoso, e se ne sono accorti tutti.
    quello cui mi riferivo io non so in quanti l’hanno colto. scusate se insisto su una cazzata, ma sarebbe parodia del razzismo solo se, coerentemente, il personaggio fosse stato de-scritto come razzista, almeno un po’. buon telzo piano a tutti.

  5. papessa
    Posted 7 aprile 2010 at 13:46 | Permalink | Rispondi

    mah, pretendi troppo, caro icepick :)

  6. BabiDec
    Posted 8 aprile 2010 at 04:46 | Permalink | Rispondi

    gran bella recensione, papessa. Non vedo l’ora di vederlo! ‘Vivere nel terrore di non essere un incompreso..’: che pppppppalllllleee!!!!!!

One Trackback

  1. […] a piene mani l’universo visivo di Wes Anderson nell’ultima fatica (per noi) Happy family, si metterà a girare un film in stop motion. Ve lo immaginate, magari con i pupazzi di Abatantuono […]

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