Sul mare, Alessandro D’Alatri, 2010

Prima di tutto vorrei esporvi un dubbio: ma perché quando un film italiano, da Rossellini a Crialese, passando per Virzì e Antonioni, sbarca su una piccola isola ci sono sempre di mezzo storie di triangoli, tradimenti e fornicazione? Cosa c’è di particolare nelle piccole isole? Per il momento mi tengo il dubbio, magari qualcuno mi aiuta.
Sul mare
di Alessandro D’Alatri non fa eccezione. Il film è tratto da In bilico sul mare di Anna Pavignano. Per certe cose sembra una perversione di Casa de Lava di Pedro Costa: una storia di isole, muratura, lavoro nero e stati intermedi tra la vita e la morte.
Siamo a Ventotene e anche qui i due personaggi principali sono un ragazzo del luogo e una ragazza venuta dal nord (importa esattamente da dove?) per fare le immersioni. Si amano, si lasciano, si amano di nuovo e si lasciano di nuovo. Lui ha una vita scissa tra la stagione e la non stagione: d’estate fa il barcaiolo per i turisti (e soprattutto le turiste), d’inverno fa il muratore in nero. Lei studia con poca convinzione per diventare giornalista.
Bello? Non particolarmente. Brutto? Nemmeno. Meglio senz’altro di Commediasexi. Gli attori sono bravi, lui soprattutto (Dario Castiglio) .  Poi si vede che D’Alatri prova a raccontare una storia diversa dalle solite del cinema italiano, in un luogo veramente marginale con dentro facce e corpi di quelli che in genere non superano i casting. Detto questo, però, ci sono tutti i soliti accessori del brutto cinema italiano: voce off, macchiette, messaggio civile, cose buone e tipiche da mangiare. Per fare un esempio, il nero africano dalla risata sonora si sperava fosse rimasto incastrato negli anni Ottanta, invece qui c’è. Per farne un altro: “Scappo dalla città: la vita, l’amore, gli scialatielli” (Davide Turrini). E un’idea di purezza, di semplicità del vivere sano, di bellezza come mancanza di orpelli che è, quella sì e veramente, turistica, indice di un viaggetto (ma solo per staccare la spina) attraverso lo spazio e attraverso gli strati della società.
Di buono o di buonissimo c’è che D’Alatri dà un saggio notevole di come può essere usato il digitale. Non insegue la plasticità dell’inquadratura del cinema-cinema, ma forza la piattezza del cinema-video esagerando quando ne ha voglia coi colori e con la mobilità della macchina. Schiaccia in modo brutale la profondità di campo (dall’alto o dal basso) o la ricostruisce tramite la disposizione artificiosa delle cose e delle persone. Sotto questo aspetto può essere un film veramente utile.

IMDB | Trailer

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One Comment

  1. davide t,
    Posted 6 giugno 2010 at 17:09 | Permalink | Rispondi

    manu (dovresti essere tu)grazie della citazione di un titolo di recensione rimasto mio. Ora però fioccano le royalties…

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