Simon Konianski, Micha Wald, 2010

Simon Konianski è il perfetto prototipo del bamboccione di padoaschioppana memoria: ha 35 anni, un figlio, un matrimonio fallito alle spalle con caliente ballerina ispana, è  ipocondriaco, laureato in filosofia,  torna a vivere da papà Ernest perchè non ha un lavoro, e col padre ha, naturalmente, un conflitto irrisolto. Conflitto che valica i confini del mero scontro generazionale per trasformarsi in lotta strenua contro un mondo di tradizioni, cultura e dolorosa identità, perchè Ernest è un ebreo, e lo è Simon,  di conseguenza, anche se la sua esistenza è un rinnegare continuamente le proprie origini, attraverso lo sberleffo alle strette osservanze paterne, il veto alle memorie dal lager raccontate dal nonno al nipotino, i proclami pro Gaza  e le felpe con la scritta Baghdad. L’improvvisa scoperta della malattia e la successiva morte del padre costringeranno Simon a percorrere in auto, assieme al figlio e a due sgangheratissimi zii, per rispettare le ultime volontà dell’uomo, un viaggio nel cuore dell’Europa, dal Belgio all’Ucraina, dove Ernest vuol’essere seppellito, accanto alla prima moglie, morta giovane, della quale il figlio ignorava l’esistenza. Tra momenti comici e stacchi di dolorosa e necessaria riappropriazione di un passato che Simon vorrebbe cancellare ma che fa parte del proprio patrimonio genetico, alla stessa stregua del colore degli occhi o della forma del naso (la visita, commovente, al campo di concentramento in cui Ernest e il fratello rimasero rinchiusi sfuggendone in maniera rocambolesca), il viaggio di Simon diventa il classico percorso di ricostruzione di un’identità dolorosamente e metodicamente rinnegata, ma dalla quale è impossibile sfuggire. 

Io ho un piccolo grande difetto: amo da impazzire la caustica e corrosiva acidità di matrice yddish. La colpa  è da attribuire totalmente a Mordecai Richler. Se non avessi incontrato quel suo libro probabilmente non avrei questo inestirpabile pregiudizio (di segno totalmente, e incontrovertibilmente positivo) nei confronti della sensibilità e del timbro narrativo giudeo.  Giudizio positivo lo esprimo pure nei confronti di questo film che, pur non raggiungendo le vette di poeticità di un altro, famosissimo road movie per tanti versi accostabile a questo, si fa ben volere e strappa risate sincere, anche laddove sembra prevalgano forzature o eccessi di grottesco (le bustine di the riciclate del vecchio, che però ad inizio film vengono presentate come aneddoto reale). Il giovane regista belga riesce a regalare un’ora e mezza di umorismo cinicamente e deliziosamente cattivo, e momenti di malinconia e riflessione, dosandoli senza cadere in eccesi retorici nè da una parte n dall’altra. Mi stupisce come un film del genere abbia potuto trovare una pur minima distribuzione perchè non si tratta di un prodotto facilmente vendibile. Mi fa piacere che non mi sia sfuggito, e se riuscite ancora ad acchiapparlo lo suggerisco pure a voi, cari amici.

IMDB|Trailer

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One Trackback

  1. […] non c’è mai esplosione di comicità esibita e trascinante (com’era ad esempio in un film visto qualche mese fa che per certi versi a questo si può accostare). Tutto è sempre trattenuto […]

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