Until The Light Takes Us, Aaron Aites & Audrey Ewell, 2009

Immagini spixelate con rabbia e precisione...

Immagini spixelate con rabbia e precisione...

Prima di arrivare a paralre di Until the Light Takes Us, volevo perdere un po’ di tempo. Dai, che ci conosciamo meglio. Avete presente Vice Magazine? Immagino di sì, ma nel caso questo nome non facesse suonare nessun campanello nel vostro cervellino, vi dò due dritte. È una free press nata nel 1996 in Canada. Tratta, per farla molto breve, tutto quello che è legato a un certo tipo di cultura giovanile (con un valore G variabile). In altre parole, parla di argomenti pop. Esiste in ben 16 paesi e con il passare del tempo è diventata molto famosa. Per una serie di circostanze che non conosco e che non mi spiego, Vice Magazine ha delineato uno dei pubblici peggiori di tutti i tempi: gli hipster. Avete presente? Sono quelli che vanno a tutte le feste che contano e che si fanno fotografare facendo dei segni strani con le dita. Hanno degli occhiali bizzarri, delle capigliature ironiche e ragazze che fanno tantissime fotografie. Hanno dei pantaloni talmente stretti che quando li vedi camminare ti chiedi come diamine facciano a respirare. Hanno pagato a peso d’oro la loro bici a scatto fisso e ascoltano della musica di merda. Questo secondo me è un dramma, perché Vice Magazine, se è vero che ha la colpa di trovarsi in molti appartamenti delle persone sopra descritte, è molto interessante. Molti dei pezzi che si trovano su Vice un tempo erano appannagio delle fanzine punk o legate ai centri sociali. Sono argomenti di cui nessuno parla e che ora non hanno neanche più quella zavorra, diciamo così, politica (esempio random: “Gli O.G.M.? Sia mai! Molto meglio le zucchine di mio zio Pino di Lecce!“).

Poi ti amo, poi ti odio, poi ti apprezzo...

Queli di Vice Magazine sono stati tra i primi a intuire il potenziale pop di un fenomeno come il Black Metal norvegese. Anni fa, Peter Beste ha dato alle stampe un bellissimo libro fotografico intitolato True Norwegian Black Metal e VBS (il loro canale televisivo on line curato da Spike Jonze) ha prodotto un bellissimo documentario dallo stesso titolo incentrato sulla vita di Gaahl, leader dei Gorgoroth (che potete vedere cliccando forte qui). Certo, il Black Metal, piaccia o meno come musica, è l’ultimo genere ancora oggi classificabile come realmente antagonista. Per cui immagino che ai veri devoti del metallo possa fare specie che questo sdoganamento passi attraverso una rivista come Vice, ma dato che non è più il momento di fare i verginelli, meno male che ci hanno pensato loro e non quelli di XL. E poi, va detto, la storia di questo genere musicale è talmente forte e brutale che non poteva rimanere di nicchia.

Va 'sti giovini con gli sterei negli orecchi e i capelli longhi.

Se non ne sapete nulla, non vi preoccupate: adesso vi faccio una piccola e semplice lezioncina. Oslo, 1984. Per volere di Øystein Aarseth, in arte Euronymous, nascono i Mayhem. Prendono spunto da gruppi come Venom, Slayer e Bathory e si inventano qualcosa di nuovo. In aperto contrasto con un’idea di musica ascoltabile, anche se violenta e forte, I Mayhem sono volutamente caotici: le loro registrazioni sono a dir poco casalinghe e certo non brillano per tecnica. Ma quello che colpisce maggiormente è la loro attitudine. In una parola: estremi. I loro concerti sono delle vere e proprie performance. Lanciano sul pubblico pezzi di animali morti, si inventano il corpse paint e non mancano episodi di autolesionismo. In particolare il loro secondo cantante, Per Yngve Ohlin detto Dead, è un soggettone totalmente fuori dai coppi. Non solo si fa portare sul palco chiuso in una bara, ma seppellisce i propri vestiti per settimane prima di esibirsi, in modo da emanare odore di cadavere. In poco tempo i Mayhem diventano famosi e attorno a loro prende vita una vera e propria scena. Nascono gruppi come Darkthrone, Emperor, Immortal, Satyricon… Il fulcro di questo movimento musicale è il negozio di dischi di Euronymous, Helvete (letteramente, Inferno). Qui si ritrovano i prime mover di questa corrente e nasce quello che è passato alla storia come l’Inner Circle. Sono i primi ’90 e le cose cominciano a prendere una piega particolarmente sinistra.

Cenetta a lume di candela con Dead

Nel 1991 Euronymous torna a casa e trova il cadavere del suo cantante. Dopo aver parlato insistentemente di morte per anni, Dead si è sparato un colpo in testa. Invece di avvertire subito la polizia, Euronymous esce, compra una macchina fotografica, torna a casa, scatta delle foto al cadavere e, solo successivamente, avverte le autorità. Una delle foto in questione diventerà la copertina del bootleg dei Mayhem, Dawn of the Black Hearts (se clicchi sai cosa vedi…) . Nel frattempo l’Inner Circle, inneggiando al ritorno a un paganesimo in aperto contrasto con la religione cattolica, se ne va in giro a bruciare qualcosa come 50 chiese. Uno dei responsabili principali è Varg Vikernes, conosciuto nell’ambiente come Count Grishnackh o, se preferite, con il nome del suo progetto solista: Burzum. Cominciano ad uscire articoli sugli organi di stampa ufficiali e si comincia a marciare sull’argomento satanismo (in realtà nessuno di loro è realmente satanista, ma croci ribaltate e 666 vanno per la maggiore). Nel 1992 Bård G. Eithun, Faust degli Emperor, uccide un omosessuale a coltellate. Gruppi considerati come commerciali o non allineati alla loro filosofia (gente come i Deicide, mica gli Atreyu…) vengono aggrediti o seriamente minacciati. A qualcuno prende fuoco l’appartamento. I due personaggi più influenti di questa organizzazione rimangono Euronymous e Burzum. I due, dopo un primo periodo di stima e amicizia, ora lottano per diventare i leader dell’inner Circle.  La notte del 10 agosto del 1993, Burzum si reca a casa di Euronymous e, dopo una collutazione, lo uccide a coltellate. Varg Vikernes viene condannato a 21 anni di carcere

Ci vediamo fuori dal locale. Tra i boschi.

Capite anche voi che di materale interessante ce n’è a iosa. Infatti all’argomento sono stati dedicati gia due documentari, Satan Rides the Media e Once Upon a Time in Norway. Il primo, diretto da Torstein Grude nel 1998, è incentrato principalmente sulla figura di Varg Vikernes e su come le varie notizie su di lui siano state trattate dai media. Il secondo offre invece un quadro più generale di tutto il Black Metal norvegese. Mentre aspettiamo per il 2011 l’uscita dell’annunciato Lords of Chaos, film di fiction tratto dall’omonimo libro di Michael Moynihan (per un momento – pensate la perversione – Jackson Rathbone, uno dei vampiri babbei di Twilight era stato chiamato per vestire i panni di Burzum), all’ultimo Sundance è stato presentato un altro documentario sull’argomento: Until the Light Takes Us. Il film diretto da Aaron Aites e Audrey Ewell è stato lungamente atteso… ed è una sonora delusione. Sembrava arrivato il momento giusto per mettere insieme una storia così forte e una buona idea di cinema, perché no, influenzata anche da quella patinata di coolness che Vice e dintorni hanno regalato all’argomento. E invece niente. Ma proprio niente. Il film ha qualche spunto interessante: segue principlamente Gylve Fenris Nagell detto Fenriz, batterista e autore dei testi dei Darkthrone. Il soggetto in questione (vera anti star che rifiuta premi, non si esibisce dal vivo e manda a fare in culo praticamente tutto e tutti in continuazione) vaga per la desolata norvegia facendo i conti con quello che è diventato il Black Metal in questi anni. Artisti multimediali che fanno imbarazzanti esposizioni sfruttando il lato oscuro della faccenda (vd. la pietosa performance di Harmony Korine, The Sigil of the Cloven Hoof Marks Thy Path o i lavori di Bjarne Melgaard), giornalisti che pretendono di saperne più di lui sul suo lavoro, musicisti/performer che fanno in giro a distruggere divani osannati dai galleristi di mezzo mondo, il vecchio Helvete diventato una lavanderia… Fenriz guarda tutto questo per poi chiudersi in qualche bettola a farsi i birrini con i suoi amici. In lui, nella sua disillusione, nell’amarezza che si legge nei suoi occhi per qualcosa che ha contribuito a creare e che ora vede sgretolarsi c’è forse l’unico motivo d’interesse della pellicola. Per il resto ci si limita a ricostruire ancora una volta i soliti fatti. Certo, c’è una lunga parte registrata in carcere con Varg Vikernes in persona, ma proprio questo rende il rescoconto dei fatti estremamente parziale. In più va anche detto che Until the Light Takes Us è piuttosto noioso e sciatto nella forma. Cosa che non aiuta la visione.

In conclusione: non si capisce per chi sia stato pensato questo film. Quelli che già conoscono la storia troveranno sempre la stessa solfa. Chi invece per la prima volta si avvicina a questi fatti difficilmente troverà il tutto piacevole o interessante. Peccato.

IMDB | Trailer

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One Comment

  1. Posted 24 aprile 2010 at 11:23 | Permalink | Rispondi

    A really interesting documentary about a norwegian pheomenon. I liked it!

2 Trackbacks

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