Cella 211, Daniel Monzón, 2009

Quando si dice la sfiga: Juan (Alberto Ammann), appena assunto come secondino in un carcere, decide di andare a conoscere il suo futuro luogo di lavoro il giorno prima dell’effettiva presa di servizio, proprio quando scoppia una rivolta nel braccio più pericoloso dell’istituto. Sarà costretto a farsi passare per detenuto, con tutto quello che ne consegue…

Questa, in due righe, la trama di Cella 211, che ha fatto incetta di Premi Goya in Spagna: un film solido, diretto e interpretato con mestiere, e un altro buon film carcerario, dopo Il profeta, sebbene il set dell’istituto di pena sia gestito in maniera molto diversa dall’ottimo film di Jacques Audiard: qui tutto è molto più classico, dal modo di mettere in scena gli ambienti alla caratterizzazione dei personaggi. Ciononostante, il film rimane valido, soprattutto per il ritmo che Monzón, che ha tratto il film dal romanzo omonimo di Francisco Pérez Gandulm, infonde da subito alla pellicola, che deve molto ad alcuni film americani, e mostra i suoi tributi (giustamente) senza vergogna. Lo scopo è fare un film d’azione, tosto, violento e, soprattutto, senza speranza: muore chi non dovrebbe morire, chi non c’entra nulla, ed è un personaggio che – per quanto brutale possa essere – ha le caratteristiche tali per cui, in un altro film, sarebbe uno dei punti di appoggio della tensione, da risolversi, come da manuale, in un abbraccio finale. E invece no, tutto precipita nella cupezza più estrema, in un crescendo di violenza ben esplicitato dalla cruenta sequenza di suicidio che apre il film.

La violenza, tuttavia, non è gratuita, ma diventa uno dei “personaggi” del film. Si diceva prima delle caratterizzazioni: se il capo della rivolta, Malamadre (un eccezionale Luis Tosar, ben doppiato da Pannofino), è il cattivo cattivissimo, ma con la sua forma di umanità, intorno a lui c’è il tipico bestiario da carcere. Troviamo gli aiutanti, il tipo bizzarro, quelli che forse fanno il doppio gioco, il secondino buono e quello cattivo, insomma, una serie di personaggi ben definiti e chiari, anche quando pervasi di ambiguità: lo spettatore non si deve perdere, anzi. Uno dei punti di forza del film è l’immediato e totale coinvolgimento dello spettatore (grazie ad una semplice impersonificazione di chi guarda con Juan), nei primi dieci minuti: poi è tutta azione, senza perdite di tempo, pippe metaforiche, simboli e allegorie. In questa solida struttura narrativa si inserisce il sottotesto politico: i ribelli, infatti, prendono in ostaggio dei prigionieri dell’ETA, rendendo la rivolta una vera grana per il ministero degli Interni iberico. Ma questo è, null’altro: uno spunto che è un tassello nel meccanismo di racconto di Cella 211. Un film in cui nessuno dei rivoltosi tenta di scappare: l’unica richiesta seria, dopo lo sfizio di gamberi&coca, è per ottenere condizioni migliori del regime di detenzione. Questo particolare fa aumentare la rigida separazione tra il carcere e il resto, fuorisono mondi che possono comunicare solo con l’occhio (mediato e non obiettivo di natura, un altro bella osservazione del film) di videocamere di sorveglianza o televisori posizionati nei corridoi. Nessuno uscirà vivo dal carcere, questo è chiaro, ma nessuno ha mai pensato di farlo. E la struttura circolare che è in filigrana nel film non fa altro che portare a deflagrazione il senso di disagio e disperazione che trasuda in ogni minuto di proiezione.

IMDB | Trailer

One Trackback

  1. […] in patria. Ne facessimo in Italia di film così: cupo, serrato, disperato, come abbiamo scritto sul blog della trasmissione. Sta scomparendo dalle sale, correte a […]

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