Heavy Metal in Baghdad, Eddy Moretti e Suroosh Alvi, 2009

Mettiamola così: secondo me, Heavy Metal in Baghdad riesce dove I gatti persiani fallisce. Il film di Ghobadi vorrebbe raccontare l’Iran di oggi attraverso le imprese di una band indierock. Il documentario edito da ISBN, invece, partendo dalla storia degli Acrassicauda, unico (o primo) gruppo heavy metal iracheno, ci dà una delle più veritiere e toccanti testimonianze della vita a Baghdad dall’invasione americana ad oggi. Tutto parte da un articolo di Vice Magazine (che, come si diceva, talvolta fa anche cose buone) incentrato su questi giovani patiti del metal che, come migliaia e migliaia di persone della loro età, hanno il grande sogno di mettere in piedi una band. Ma tra le minacce degli integralisti, la condizioni materiali di estrema indigenza e, già, una guerra in corso, sono cavoli amari. E’ il contesto a fare la differenza, come si dice in Una poltrona per due, ed è la deriva necessaria verso il contesto, pur mantenendo sugli Acrassicauda come focus centrale del documentario, che rende Heavy Metal in Baghdad un documento prezioso.

E’ impossibile parlare di prove se ti bombardano la saletta, di concerti se manca l’elettricità, di flyer se non puoi scrivere metal sui manifesti. E’ l’Iraq di oggi che preme sugli Acrassicauda, una band di ragazzi normali, patiti di quello che è davvero il genere di musica più popolare di oggi (qualcuno ha scritto che il metal è il nuovo folk), un genere che, per sonorità e testi si adatta benissimo ad una situazione di conflitto esteriore, oltre che interiore e adolescenziale (o post- adolescenziale): tutte caratteristiche che hanno da sempre fatto la fortuna dell’heavy metal tra giovani e giovanissimi. ma non ci si limita solo all’hic et nunc, perché la maggioranza degli iracheni (e vorrei vedere) se ne vorrebbe andare da un Paese in cui se non ti sparano gli americani, rischi la pelle per colpa delle milizie. E quindi l’ultima parte di Heavy Metal in Baghdad è dedicata alla diaspora e poi alla riunificazione dei membri della band, guidati da due soli grandi istinti: sopravvivere e suonare. Sembra retorico, scritto e letto, ma guardate il documentario e vedrete che la retorica della guerra non è minimamente sfiorata nell’ora e mezzo di durata: ci sono ben altre priorità, date per scontate in una vita normale, ma difficilissime da ottenere sotto l’assedio di una potenza straniera o come rifugiati politici in un’altra nazione. Ed è impressionante vedere come la musica sia davvero una forza trainante, un motivo per sopravvivere per i quattro: paradossalmente ora il problema della band, che vive negli USA, è quello di poter continuare a suonare come un gruppo heavy metal e basta, senza implicazioni politiche. E invece i media occidentali, a cui gli Acrassicauda devono ovviamente molto, leggono la loro storia soffermandosi molto sul contesto. Heavy Metal in Baghdad (che esce con un bel volumetto, che attraverso interviste e testimonianze integra e aggiorna la storia delle persone intorno al gruppo) non aiuterà da questo punto di vista, ma sono certo che rimarrà come una delle testimonianze più efficaci di quello che succede in Iraq oggi.

IMDB | Trailer

Annunci

2 Trackbacks

  1. […] lontani dal nostro sia quello di mostrarli partendo dal quotidiano: se il mai abbastanza lodato Heavy Metal in Baghdad partiva dalla voglia di suonare musica nell’Iraq occupato, e là rimaneva, il cinema di Elia […]

  2. […] Vi ricordate? Abbiamo già parlato di Vice. Quella volta era il blak metal norvegese (o l’heavy metal a Baghdad), questa volta è l’incredibile mondo degli hillybilly degli Appalachi drogati e ballerini. […]

Pubblica un Commento

Required fields are marked *

*
*

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: