Fear Itself – seconda parte

Dopo la prima parte, ecco gli altri sette mediometraggi horror dell’antologia creata da Mick Garris per la NBC. Cliccate sotto l’immagine e concludiamo la disamina, senza prenderci troppo sul serio, eh, come prima. Al solito, sul sito ufficiale potete vedere in streaming tutti gli episodi.

7. Community (La comunità), di Mary Harron (ovverossia: il problema della prima casa per le giovini coppie)
Due bei giovani, sposati da poco, cercano casa. Trovano “La comunità”, una specie di città-villaggio a sé stante: gente selezionata, belle magioni, scuole prestigiose, insomma… Una specie di loggia. Oh, no! Avete già capito tutto! Com’è possibile? La Fig.H.A. in questione è, appunto, quella della setta, ma gestita senza un minimo di suspense (una caratteristica comune a quasi tutti gli episodi di “Fear Itself”). Lei, Shiri Appleby, già vista in Rosswell, si convince di tutto in pochi secondi. Lui, il Brandon Routh di Superman Returns (e candidato a interpretare Dylan Dog!), fa lo scettico. Entrambi, probabilmente, credono al loro ruolo grazie al costante pensiero “Dai, che con i soldi che mi danno per ‘sta roba, finalmente mi compro il frigo nuovo”. Mary Harron, che ha portato male sullo schermo American Psycho, almeno non ci mette la lettura politica di mezzo (The Village, lo ricordate? Argh). E quindi riesce a conquistare una risicatissima sufficienza, di quelle che, se fossi in lei, tremerei in vista degli scrutini finali anche per una domanda dal posto.

8. Skin&Bones (Lo spirito delle montagne), di Larry Fessenden (ovverossia: la montagna fa venire fame, c’è poco da fa’).
Un ranchero improvvisato si perde per dieci giorni sulle montagne (rocciose, presumo) e, quando torna è pelle e ossa. Ah già, lo ha anche invaso uno spirito delle montagne, come il nativo Orso Eddie (impossibile non pensare a Orso Grigio ogni volta che il personaggio viene nominato) capisce a prima vista. La Fig.H.A. è quella della possessione, quindi, combinata con il sempreverde cannibalismo: già, perché per sopravvivere il nostro tende a nutrirsi di cadaveri per aumentare il suo potere e tenere le anime dentro di lui, eccetera eccetera. Ci si mette di mezzo il fratello di lui, che protegge la cognata e i due nipoti. Ma siamo sicuri che sono veramente suoi nipoti?
Fessenden non si accontenta di girare male una storiella da niente, ma ci mette anche un pizzico di melò, associato a un paio di scenette disgustose di stampo splatter-antropofagico. Il tutto condito con una figurina di donna forte, il senso della famigghia, le maledizioni ancestrali. Una mentina, monsieur?

"Avevo detto ben cotto!"

9. Something with Bite (La bestia), di Ernest Dickerson (ovverossia: Voglia di vincere senza sport, per quarantenni sovrappeso e con i cellulari)
Un veterinario afroamericano grasso e stanco incappa in uno strano animale che non riconosce (ma santiddio, è un licantropo, la Fig.H.A. dell’episodio!) e viene morso, poco prima che il bestione lasci le cuoia nel suo studio. La cittadina in cui è ambientato l’episodio è angosciata da una serie di omicidi che forse pare che potrebbero essere commessi da un licantropo. E ad un certo punto al dottore, di notte, inizia a non ricordarsi che gli accade. Però risolleva la sua vita sessuale. Capite che la trama è davvero ridicola, ma Dickerson, già direttore della fotografia per Spike Lee, azzecca il tono, e gira un mediometraggio che mischia horror e commedia, spingendo un po’ di più su quest’ultima. In tutto questo, riesce a prendere per il culo la Fig.H.A. di riferimento dando poteri speciali (di derivazione animale) al protagonista, che così fa diagnosi precise e rapide dei suoi pelosi o squamati pazienti, e con un finale divertente e ironico.
Insomma, uno dei pochi episodi che si salvano.

10. Echoes (Echi dal passato), di Rupert Wainwright (ovverossia: ho un déjà-vu di un déjà-vu di un déjà-vu…).
Il regista del remake di The Fog, ma soprattutto di questa cosa qua (nulla resterà impunito) si trova alle prese con la storia di un ragazzo che si è trasferito in una casa (e forse la Fig.H.A. è un po’ la haunted house, ma fino ad un certo punto) nella quale inizia ad avere delle strane visioni. Un po’ come il Jack Torrance de’ noartri, vede gli stessi ambienti ma arredati in stile anni ’30, abitati da un certo Maxi, figaccione dal coltello facile, che non conosce altro capo di vestiario se non una canottiera a costine bianche, e da una certa Zelda, che sembra venuta fuori da un’edizione del Readers’ Digest de Il grande Gatsby. Sono entrambi bellissimi e capiamo che c’è stato del sangue, nel passato, a sigillare il loro rapporto. Stephan, il protagonista, inizia ad andare fuori di testa, e di certo il fatto che la sua amica Karen (di cui è innamorato, oh yeah) assomigli a Zelda non è d’aiuto. Per darci una mano, interviene lo psicologo del giovane, che grazie all’ipnosi regressiva cercherà di fare chiarezza (per modo di dire) nell’inconscio del protagonista.
Una mezza monnezza, che si salva in un paio di scene, in cui Wainwright riesce a trasmettere davvero il senso di déjà-vu (anche se non si sfiora neanche l’apice dei Monty Python sul tema). E Camille Guaty (già vista in Prison Break) non è affatto male.

"E quando hai finito passa lo straccio, ché ho appena pulito!"

11. Chance (Un mostro nascosto), di John Dahl (ovverossia: ma va’ a lavorare!)
Il protagonista dell’episodio vive di espedienti: la sua ragazza minaccia di andarsene, ma lui ha l’affare che cambierà le loro vite. Ha comprato, indebitandosi, un vaso antico: il problema è che l’antiquario che l’ha valutato, da lontano, ha scazzato e quindi l’oggetto vale dieci volte di meno di quello che si pensava. L’uomo si arrabbia e ammazza tutti.
Le cose stanno davvero così: sfruttando male e in maniera ripetitiva la Fig.H.A. del doppio (o doppelgänger, per voi colti), Dahl non fa altro che sdoppiare il protagonista. Uno è buono e l’altro è cattivo. Fine. Stop. Non c’è altro. Una noia pazzesca. Anzi, per farvi capire meglio: una una noia noia pazzesca pazzesca.

12. The Spirit Box (Spiriti), di Rob Schmidt (ovverossia: è Halloween, perché non fare una bella seduta spiritica, règaz?)
Due liceali (tra cui Anna Kendrick di Tra le nuvole) il 31 ottobre decidono, invece di andare in giro, di stare in casa, vestite come tradizione comanda e improvvisano una tavola ouji su un cartone di pizza, ritagliando le lettere dai giornali e usando un cellulare come puntatore (sai com’è, siamo nel XXI secolo…). Ovviamente risvegliano lo spirito di una ragazza morta suicida, una compagna di classe che inizia a manifestarsi sempre più spesso e induce le due a credere che, probabilmente, dietro al decesso ci sia la mano di qualcuno.
Ogni tanto c’è qualche “buh” quando compare la morta, la povera Kendrick fa quello che può, e Schmidt (il regista di Crime and Punishment in Suburbia) prova anche a giocare con gli stilemi del thriller, mischiandoli alla Fig.H.A. de ‘u fantasm’. Ma si dimentica tutto non appena iniziano a scorrere i titoli di coda. Solo dopo ci si rende conto che manco l’architettura dell’episodio funziona, a causa di un’incongruenza che qua non svelo, sia mai che vi tolgo la sorpresa. Se qualcuno di voi l’ha visto, semmai, ne parliamo nei commenti.

Il protagonista di The Circle cerca qualcosa di buono in Fear Itself

13. The Circle (Il libro maledetto), di Eduardo Rodrìguez (ovverossia: ormai Stephen King è passato di moda… Ma no, fidati, non se ne accorgerà nessuno. Si gira!)
L’ultimo episodio dell’antologia riprende una classica Fig.H.A., cioè quella dello scrittore di romanzi horror. Una Fig.H.A. recente, ben resa da capolavori come Il seme della follia o film dignitosi (poi, rispetto a ‘sta roba…) come La metà oscura. E gli echi kinghiani sono ben presenti nel mediometraggio, che racconta di uno scrittore in difficoltà con il suo secondo romanzo. Per ritrovare ispirazione, o magari solo per farsi i cazzi suoi, si rifugia con la fidanzata in una baita in montagna e indovinate quando? Bravi, nel giorno di Halloween. Solo che la fidanzata ha la pessima idea di invitare anche agente ed editori dell’uomo. Quando ci sono tutti, bussano alla porta due bambineinquietanti che consegnano all’agente un libro, The Circle. Tutti pensano che si tratti del nuovo romanzo tanto atteso, e invece no: il libro innesca una maledizione che riprende i temi del primo romanzo, Sete di sangue. Accade che tutto venga avvolto dall’oscurità, densa e simile all’inchiostro, e che questa oscurità invada le persone contagiandole anche solo con una goccia di roba nera nell’occhio o in bocca.
In sè i richiami a King o a certe atmosfere de Ai confini della realtà (ma messe in scena con il distorsore a manetta, per intenderci, senza delicatezza e tatto alcuno) non sono male: ma, oltre alla previdibilità dell’episodio (che parzialmente si risolleva nel finale), tutto è affossato da una recitazione imbarazzante a dir poco. Insomma, anche in questo caso davvero poca cosa.

Commento finale? Masters of Horror, in confronto, ha la profondità di Heimat.

Annunci

Pubblica un Commento

Required fields are marked *

*
*

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: