La febbre del fare.Bologna 1945-1980, M.Mellara e A. Rossi, 2009

Se le espressioni “fare” e “politica del fare” vi fanno scorrere un brivido di terrore lungo la schiena, un suggerimento per restituire ad esse buona parte di realtà e credibilità perduta è andare a vedere un bel documentario, tutto madeinBo: regia, soggetto e sceneggiatura (Michele Mellara e Alessandro Rossi), produzione (Mammut Film e Cineteca) e, per ora, pure possibilità di visione, nell’attesa di  una distribuzione che non riduca il prodotto a semplice documento di storia locale, ad uso e consumo dei felsinei.

Perchè La febbre del fare. Bologna 1945-1980 racconta, in tre atti, (tre macrosequenze temporali: una che va dal dopoguerra alla crisi interna al Partito Comunista dopo l’invasione dell’Ungheria da parte dell’Unione Sovietica, la seconda dagli anni Sessanta alla metà degli anni Settanta, l’ultimo capitolo chiuso tra i due fatidici momenti del 1977 e 1980) la storia amministrativa bolognese, dalla febbre -appunto- della ricostruzione post-bellica al boom economico degli anni Sessanta fino a nascita e repressione (o suicidio, a vederlo da alcune angolature) del movimento studentesco, dell’immaginazione al potere, degli ideologismi, dei robertifreakantoni e dei carri armati all’università. Un percorso gravido di conseguenze per lo spazio delle mura cittadine, ma con enormi riflessi pure all’esterno, se Bologna a partire dalla straordinaria stagione del dopoguerra si configurò, a partire dalla guida illuminata del sindaco Giuseppe Dozza (21 anni di incarico, dal 1945 al 1966), come “laboratorio” della buona amministrazione di stampo comunista, sua perfetta realizzazione nella Storia. Scuole materne, asili comunali, corsi di formazione, edilizia popolare, salvaguardia del verde e del centro storico, e poi la tangenziale, e Kenzo Tange e il quartiere fieristico. Qualche incrinatura (il 1956, appunto, il lento ma progressivo sgretolamento del sogno comunista inizia da lì in fondo) e poi il complicarsi definitivo della realtà, con l’ubriacatura da progresso economico degli anni sessanta (e anche il linguaggio cinematografico si fa più contorto, nella seconda parte, meno lineare il montaggio), fino al ’68 e oltre, al movimento operaio e studentesco, gli scontri di piazza, poi Lorusso, gli Skiantos, Bifo e Radio Alice e il 2 agosto 1980 (in questa terza parte l’utilizzo insistito dello split screen, le immagini e voci che si affastellano sullo schermo sono il preludio rumoroso ed ossessivo alla finale deflagrazione).

Un documentario costruito di immagini di archivio, testimonianza di un lavoro certosino di ricerca  e centinaia di ore di materiale visionato, un lavoro di montaggio di otto mesi, ed un risultato finale che sorprende per la capacità di resituire, della mitica bologna, un’immagine mitica agli occhi di chi, come noi, vive la politica come un fastidio da delegare ad altri, scevro di qualsiasi commistione con la quotidianità (il tradimento del termine “politica” è uno degli esperimenti più riusciti di svuotamento di significato di un termine, e azi del ribaltamento d’esso). Vedere un sindaco, un uomo politico che mai è inquadrato da solo (e niente calze velate davanti all’obiettivo) ma sempre circondato da persone, che parla del problema degli alloggi come di un tema centrale per l’amministrazione (la figura del sindaco Dozza si erge a vero emblema di una bolognesità operosa e schietta), che cerca soluzioni a richieste concrete pare lontano nei secoli. Ora, ovvio che la realtà è profondamente mutata, e complicata, e liquida come direbbe Bauman quindi più difficilmente arginabile (come canterebbe Battisti), però un pochino, guardando questo documentario, viene da chiedersi come diavolo si sia arrivati a questa Bologna arresa, di cui nemmeno sono rimasti forse i salami in vetrina di Guccini, e di rosso ci sono forse i graffiti sui muri, che peraltro sindaci solerti combattono strenuamente ogni giorno. I mali della Bologna di oggi.

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