The Unforgiven: Ermanno Randi

Si sa: Hollywood non perdona. Ma Cinecittà fa qualcosa di ancora più spietato: dimentica. Puoi essere giovane, bello, amato dagli spettatori di tutto la penisola e apprezzato da registi di ogni ambizione e categoria, ma se non puoi più difenderti, sei finito per sempre. Secondavisione è fiera di presentarvi The Unforgiven, una serie di personaggi passati dalle stelle alle stalle, stavolta nell’edizione italiana.

Over the Top. Ermanno Randi nasce ad Arezzo nel 1920. Il suo vero cognome è l’anonimo Rossi, forse il meno adatto per un giovane che intende percorrere la strada dell’arte. Alla quale Randi arriva seguendo la trafila di altri ragazzi belli ed eleganti negli anni a cavallo della Seconda Guerra Mondiale: attraverso la rivista. Quello spettacolo strampalato e borghese, che mescolava balletto e canto, recitazione ed eccessi visivi, comicità e sentimento, verniciandoli con lo smalto del sex appeal, fornì la prima occasione a tanti giovani di belle speranze, da Mastroianni a Manfredi, da Walter Chiari a Ugo Tognazzi. Ermanno Randi è uno di questi giovani. Lo nota Anna Magnani, lavora poi con Nino Taranto, entra nella compagnia di Luchino Visconti per la messa in scena di Rosalinda (o come vi piace). Nel frattempo si arruola nella Divisione Folgore, con la quale risale l’Italia in appoggio alle truppe alleate. Si iscrive all’Accademia Nazionale di Arte Drammatica. Viene scelto da Giuseppe De Santis per ruoli secondari in Caccia tragica e Riso amaro. Compare anche in Le mura di Malapaga di René Clement.

Randi ricorda Alan Ladd, ma un po’ anche Raf Vallone: non è particolarmente alto e la sua è una presenza virile, che si esprime soprattutto coi movimenti fulminei degli occhi e della bocca. Rappresenta un modello maschile di transizione, tra la solidità un po’ rigida di Amedeo Nazzari e la modernità nervosa di Mastroianni o del primo Buzzanca. Interprete ideale di personaggi vitali e sfortunati, arriva al successo con I fuorilegge di Aldo Vergano, dove è un bandito che ai più ricorda – senza nominarlo – Salvatore Giuliano. Esplode poi con Enrico Caruso. Leggenda di una voce di Giacomo Gentilomo, ambientato a Napoli, ma girato a Tirrenia (Pi), un film che costa nulla e incassa moltissimo. Il suo campo ideale di lavoro sono proprio i film di profondità, riservati alla sterminata platea popolare delle sale periferiche e provinciali: drammi passionali per lo più di ambientazione meridionale, film biografici, film patriottici.
È versatile e carismatico, adatto ai ruoli di carattere e a quelli da protagonista. In poco più di tre anni Ermanno Randi compare in una decina di film, in alcuni casi il suo nome è il più grande sui titoli. Il suo successo presso il pubblico cresce in continuazione, le ammiratrici scrivono ai settimanali per chiedere la pubblicazione delle sue foto e l’indicazione del suo indirizzo.

The Original Sin. I giornali illustrati degli anni Cinquanta sono poco schizzinosi, rispetto a oggi, in fatto di privacy ed è probabile che qualcuno l’indirizzo di casa di Randi lo abbia anche dato: via Apulia 2, nel quartiere San Giovanni, a Roma. Quello che le ammiratrici e gli ammiratori non possono sapere, e che Randi ha tenuto nascosto, è che l’attore vive lì con Giuseppe Maggiore, il suo compagno. I due portano avanti una relazione sentimentale da anni, ma verso la fine del 1951 il rapporto si incrina: il successo crescente di Randi ha reso sempre più nervoso e geloso il compagno, che pure ha ambizioni da artista.
Il caso che fa esplodere una situazione da tempo compromessa avviene la sera del primo novembre del 1951. Randi sta girando Trieste mia di Mario Costa, classico film del periodo, storia d’amore e di morte sullo sfondo del confine giuliano. Una sera Costa s’impunta e richiede di girare all’infinito una scena che ha come protagonista proprio l’attore aretino, nei panni di un partigiano che nella finzione deve morire. Randi, disciplinato come al solito, esegue. Quando finisce è quasi giorno e torna a casa. Lì Maggiore non crede a quella che secondo lui è solo una scusa e spara diversi colpi di rivoltella, tre dei quali raggiungono l’attore. Poi si spara a sua volta. Randi si precipita alla finestra per chiedere aiuto, i soccorritori lo portano all’Ospedale San Giovanni, dove dopo qualche ora di agonia muore. Si salve invece l’omicida, che ha scritto alcune lettere nelle quali motiva il suo gesto alla polizia e ai familiari di Randi.
Al processo invoca le attenuanti previste in base all’articolo 587 del codice penale, che regolamentava (si fa per dire) il delitto passionale. Avrà riconosciuto, probabilmente proprio perché la passione era rivolta verso un altro uomo, un vizio di mente e sconterà parte della sua pena in manicomio criminale. All’epoca i giornali non parlano di omosessualità, ma di “cupa morsa del vizio”, “morboso legame” “passione insana”, “anormalità”, “corruzione dilagante”. Di Ermanno Randi si è persa quasi completamente la memoria; Maggiore dopo la detenzione torna nella sua città natale, Bagheria, dove vivrà dipingendo tele firmate con lo pseudonimo di Ippus Maior.

One Comment

  1. Michele Campanozzi
    Posted 7 luglio 2014 at 00:07 | Permalink | Rispondi

    Una storia molto triste.- La cancellazione di Ermanno Randi dalla “notizia cinema” appare molto ingiusta.- Senza toccare la vita privata occorrerebbe riparlare ed esaltare la figura dell’attore, come ho fatto io con un altro attore, nell’80° della sua morte alcuni anni fa, che ne ho illustrato la vita artistica ed anche privata con una intera pagina di giornale, dopo anni di calunnie, un po velate ed alcune volte evidenziate in una gratuita offensiva versione di vita.- Ermanno Randi ha pagato con la morte le probabili sue debolezze, che tra l’altro non sono state mai di dominio pubblico, ma tenute celate nella riservatezza di vita di quell’epoca.-
    Io ho visto diversi film negli anni 50 e lo consideravo fra i migliori del cinema italiano.- Certo Ermanno Randi è stato il soggetto di un tragico fatto di sangue, ma altri personaggi della musica e del teatro che hanno avuto la vita attraversata da fatti negativi, invece hanno avuto il beneficio di “”scordanza”” e, magari dopo un po di parentesi di silenzio, hanno avuto il beneficio di riprendere il successo meglio di prima.-Poi la televisione, non ha mai programmato film famosi con Ermanno Randi.-
    Mi viene ora in mente nel film “Il grande Caruso” la canzone “Addio mia bella Napoli”,mai più cantata dopo la morte di Randi-Rossi.- Io nutro dispiacere e rammarico per quella categoria di uomini che vivono una natura diversa per un istinto indipendente dalla loro volontà.- Ma l’arte di Randi non doveva essere seppellita impietosamente.-

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