Look Both Ways – Amori e disastri, Sarah Watt, 2005

Se non ricordo male, quando uscì di soppiatto nelle nostre sale, un paio di anni fa Look Both Ways fu pubblicizzato come una specie di commedia, proveniente dall’esotica Australia. Qualcosa di tutto questo deve essermi rimasto, visto che, qualche sera fa, ero convinto di vedermi, appunto, una commedia (sull’esotismo dell’Oceania, lasciamo stare). Quale sorpresa, quindi, scoprire che il film di Sarah Watt parla, in molti sensi, di morte, ma con una prospettiva leggera e originale, e allo stesso tempo lontana da ogni velleità filosofica o trascendentale.
Siamo ad Adelaide: Nick (William McInnes) è un fotogiornalista che presta i suoi servizi a una testata locale e scopre di avere il cancro proprio quando viene chiamato a documentare un’incidente ferroviario, di cui è testimone la svampita Meryl (Justine Clarke), una pittrice/illustratrice che è letteralmente ossessionata dalla sua morte. Il film spesso si trasforma in una specie di cartone animato in cui la povera Meryl viene di volta in volta travolta da un treno, mangiata da uno squalo e via dicendo. I due si piacciono, ma il mondo intorno a loro (per non parlare di quello dentro) è funereo: anche l’unica vita che sta per nascere, quella che Anna (Lisa Flanagan) tiene in grembo, è mal accolta dal suo ex fidanzato (e responsabile della paternità) Andy (Anthony Walkers), a sua volta collega di Nick e autore di un articolo che mette in dubbio il fatto che la persona finita sotto il treno sia morta incidentalmente. Secondo la sua tesi, si tratta di suicidio, come nel caso di altri decessi accidentali.

Seguiamo quindi le vite di questi personaggi in un caldissimo fine settimana estivo: una delle figlie di Andy si rompe un braccio, la fidanzata di quello morto sotto il treno vede la foto scattata da Nick sulla prima pagina della testata locale e va in crisi, e c’è anche spazio per delle scene che hanno come protagonista (ma lo sapremo solo dopo) il macchinista del treno stesso. Ah, già, non vi ho detto che nel frattempo la comunità della città australiana è scossa da un altro incidente ferroviario, ben più grave, che ha coinvolto diverse carrozze di un convoglio, finite schiacciate sotto una galleria. La fiera della sfiga? Sì, in un certo senso, ma messa in scena con un senso “laico” e quotidiano più che apprezzabile. Non piange quasi nessuno e, allo stesso tempo, non c’è il distacco intelligente e freddo con il quale autori come Todd Solondz, per citarne uno, affrontano il trapasso o il dolore più in generale. Il film non nasconde l’apparato produttivo indipendente che lo sorregge, ma evita anche i clichè del film indie: gli artisti, per dirne una, sono semplicemente squattrinati e senza speranze, e il lavoro del giornalista non è ammantato di chissà quale aura o patina cool.

Giocando, a volte rischiosamente, con montaggi veloci, sequenze riassuntive, animazione, materiale video e audio, la Watt riesce a confezionare un film intelligente con modestia, senza rincorrere uno status autoriale, ma delineando comunque una bella personalità e uno spiccato senso “umano” nel raffigurare i suoi personaggi colti in situazioni così estreme. E siccome le disgrazie non vengono mai da sole, la stessa regista e scrittrice del film ha scoperto di avere un tumore proprio durante il montaggio di Look Both Ways. Tranquilli, c’è il lieto fine, sotto forma di film: quello successivo firmato da Sarah Watt, già vincitrice del premio come miglior cortometraggio nel 1995 a Venezia, si chiama My Year Without Sex. E pare stia lavorando al capitolo finale di questa trilogia.

IMDB | Trailer

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