La nostra vita, Daniele Luchetti, 2010

Nella periferia romana dei giorni nostri accade ancora che due “bamboccioni” trentenni decidano, col massimo dell’incoscienza necessaria ed il minimo di conoscenza (chè più facile è che scelgano il percorso della maturità coloro che non sono afflitti da milioni di tormenti esistenzial-letterari e scivolano comodi dentro ad un prolungato stadio di post-adolescenza), di amarsi e mettere al mondo figli, al plurale. Claudio (Elio Germano) è capo cantiere, Elena (l’umiltà con la quale Isabella Ragonese recita mi colpisce sempre, come se stesse a dire “non fate caso a me, non sono poi così importante, nè lo è il mestiere che faccio”) la sua “femmina” la cui bellezza e senso esplodono nella gestazione e nella maternità (“Voi siete fatte per fare figli. E’ uno spreco metterve a lavorà” a recupero forse di un senso di dominio e ruolo bruciati, o dissolti). Vivono, con insperata serenità, nei non luoghi dei quartieri popolari, tra scheletri di palazzi e centri commerciali in cui trascorrere i dì di festa. Fino a quando la morte improvvisa di Elena durante il parto del terzogenito toglie ogni senso a questo fragile equilibrio di soddisfazioni fatte per durate dalla mattina alla sera, e ricominciare il giorno successivo. Il senso nuovo che Claudio saprà trovare sarà quello di diventare imprenditore di se stesso, sfruttando l’occasione orribile di un ricatto (la morte, tenuta nascosta, di un operaio rumeno, uno dei tanti), nella consueta guerra tra poveri, e tra chi sa arrangiarsi meglio. Fino a quando non riuscirà a scorgere una via differente, in un finale un po’ consolatorio, forse, ma che apre uno spiraglio ad una prospettiva di soffocante drammaticità.

Il rapporto tra Daniele Luchetti e Cannes è sempre stato di reciproca stima, fin dai tempi de Il portaborse (senza voler scomodare il primissimo film, non in concorso, Domani accadrà del 1988). Il riconoscimento a Germano come miglior attore per La nostra vita è un riconoscimento dovuto (anche) ad un autore amatissimo oltralpe. Oltre che a un attore che da tempo è uno dei migliori in circolazione, in Italia. Elio Germano è il reale fulcro di un film che a tratti sembra forzatamente convergere verso un assunto (il crollo di un orizzonte valoriale, la lotta per tirare a campà essendo almeno un poco più furbo del proprio avversario, ugualmente misero, la logica del “si aggiusta tutto”, il lavoro nero come unica risorsa per sfuggire alle maglie di un sistema statale che si presenta solo a riscuotere, e non si capisce nemmeno perchè). La “conversione” improvvisa di Claudio alla logica del profitto per dare ai figli, in assenza della madre, quei beni materiali che possono all’apparenza colmare vuoti affettivi, da dare o da ricevere, pare un po’ piegata alle esigenze di raccontare questa Italia di oggi, in una urgenza di verità e cronaca che a tratti sfiora il melodrammone ed accantona le esigenze estetiche ed artistiche, o di tenuta compatta della narrazione (quale distanza da certo iperrealismo di “Gomorra”, per dirne uno). Pare che in qualche modo la scia tracciata dal Virzì di Tutta la vita davanti e dal Soldini di Cosa voglio di più sia stata idealmente completata, in una immaginaria trilogia, da questo pezzo mancante di nuova classe non più operaia e non ancora borghese, ma che dei soli sogni della borghesia può nutrirsi, in assenza d’altro. Il film può suscitare perplessità, prorpio per questa sorta di forzato svolgersi (fino alla finale redenzione). Su Germano invece non voglio partecipare a contraddittori. E’ semplicemente magnifico nel tenere entro il recinto di una commozione e un coinvolgimento reali un personaggio che rischia costantemente di andare sopra le righe. E, in misura minore anche Luca Zingaretti fa questo effetto (contate i minuti che ci mettete a riconoscerlo). Luchetti maneggia una materia attoriale invidiabile, tutti colti in una naturalezza da neo-neo-realismo (è bravo anche Raul Bova). Insomma, per una volta all’anno io lo premio, questo cinema italiano. Almeno (con convinzione) per la parte che concerne gli interpreti, bravissimi. Sul film mi tengo stretta qualche riserva.

IMDB | Trailer

4 Trackbacks

  1. By Vitaminic – Ohi vita, ohi vita mia… on 3 giugno 2010 at 08:58

    […] Il primo film in scaletta è stato La nostra vita, di Daniele Luchetti, con Luca Zingaretti, Isabella Aragonese e Elio Germano, appena premiato come miglior attore a Cannes. Niente da dire sugli interpreti, eccezionali: qualche dubbio lo abbiamo sul film, scritto in maniera non del tutto convincente, con qualche momento di stanca di troppo. Comunque, ne abbiamo scritto anche sul blog. […]

  2. […] Cinquanta. La posizione di secondavisione sul film di Luchetti, espressa dalla equilibratissima recensione della papessa, è stata molto tiepida: buone intenzioni, ottimi attori, impianto narrativo un […]

  3. […] attore – Tahar Rahim per Il profeta – André Dussolier per Gli amori folli – Elio Germano per La nostra vita – Ben Foster per The Messenger – Oltre le regole – Valerio Mastandrea per La prima cosa […]

  4. […] Dove è che l’ho già visto? Vabbe’, qui sembra che si scherzi, ma invece no. Sappiamo tutti di Piccolo grande amore, penultimi fuochi del vanzinismo sentimentale, lui maestro di surf, lei bella principessa bionda, etc. etc. Però vorrei parlare di un altro Raoul Bova, quello di Aspettando il sole e La nostra vita. […]

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