La nostra vita, parte la polemica

Per chi se lo fosse perso, è in atto un dibattito piuttosto acceso su La nostra vita. La ospita “l’Unità”, e subito soffia un’aria degli anni Cinquanta. La posizione di secondavisione sul film di Luchetti, espressa dalla equilibratissima recensione della papessa, è stata molto tiepida: buone intenzioni, ottimi attori, impianto narrativo un po’ forzato. Ci sono altri stimati colleghi che la pensano più o meno allo stesso modo. Noi e l’amico kekkoz, evidentemente, non abbiamo sufficiente fervore per entrare nella polemica.
In ogni caso, qui l’articolo di Fofi, qui la risposta, significativamente, non del regista ma degli sceneggiatori Rulli e Petraglia, qui l’invito alla calma di Leonardo, in uno dei pochi articoli degli ultimi tempi che non mi abbia convinto pienamente. Da qualche parte c’è anche un fondo irridente di Mariarosa Mancuso del “Foglio”.

Confesso di non riuscire a capire se questa polemica è interessante perché tutto sommato si parla di un film italiano di qualche rilievo. Oppure se è stancante, come la maggior parte delle discussioni che avvengono a sinistra su film di sinistra, perché mi sembra:
a) autoreferenziale; queste persone per lo più si conoscono: perché non ne parlano fra di loro?
b) fuori tempo massimo; di film come La nostra vita negli ultimi anni ne sono usciti a caterve e questo, in fondo, è uno dei meno rappresentativi relativamente a quello stile di costruzione del racconto, basato su spiegoni e volemose bene di cui (qui Fofi non ha tutti i torti) Rulli e Petraglia sono maestri indiscussi.
c) fuori luogo, con la solita tendenza della vecchia intellettualità di sinistra a passare senza filtri né spiegazioni dal film all’Italia, dalla critica alla sociologia (qui Fofi invece ha, mi pare, molti torti).

5 Comments

  1. Posted 9 giugno 2010 at 16:49 | Permalink | Rispondi

    La polemica è probabilmente fuori tempo massimo ma interessante per un particolare, quello dell’assenza del regista. E le ragioni dell'”antipatico” Fofi superano stavolta i suoi torti. Nella loro risposta Rulli e Petraglia citano, per smentire il loro detrattore sulla questione dell’immoralità una delle scene finali. Ecco, il punto è qui probabilmente: quella scena può essere stata scritta con un’intenzione ma il modo in cui è girata (e fatta interpretare) dice tutt’altro. Il regista e il suo sguardo, questo sconosciuto nel cinema italiano e forse soprattutto nella discussione critica sul cinema italiano (per dire, per un film come “Vincere” di Bellocchio si sarebbero dovuti spargere fiumi d’inchiostro sui quotidiani e invece nulla, forse non era considerato abbastanza “sociologico”). E’ un po’ quel che mi son permesso di dire dalle mie parti (in un parallelo forse azzardato con “The Road” di Hillcoat col quale il film di Luchetti ha però alcune “spaventose” affinità narrative).

  2. paolo
    Posted 10 giugno 2010 at 14:19 | Permalink | Rispondi

    Secondo me il regista è assente perché non è chiamato in causa, c’entra proprio poco. Il punto è davvero quel modo di scrivere, quel modo di motivare tutto, quella necessità di distillare una morale dalle cose, che mi pare la zavorra del cinema italiano di sinistra.
    O, per dire meglio, della cultura cinematografica di sinistra. Fofi ha ragione, ma a metà forse. Perché, nonostante un’analisi tutto sommato condivisibile dei difetti di quello script, pretende di dire agli sceneggiatori “come avrebbe dovuto essere” il film per essere ideologicamente adeguato. E questo mi pare decisamente anacronistico, oltre che poco utile.

  3. Posted 10 giugno 2010 at 14:41 | Permalink | Rispondi

    Appunto, non chiamare in causa il regista (e il fatto che lui stesso non si senta autorizzato a dire la sua) rendono l’idea di un cinema ostaggio dello script, privo di uno sguardo “forte”, con tutte le secche ideologiche che ne conseguono, di narrazione e interpretazione.

  4. paolo
    Posted 10 giugno 2010 at 15:11 | Permalink | Rispondi

    Non so se stiamo dicendo le stesse cose, ma direi di no…
    Mi pare che quel tipo di cinema, diciamo quel tipo di commedia (per capirci), sia stato sempre più sbilanciato dalla parte della scrittura e dell’interpretazione, nel senso degli attori, che dalla parte dello sguardo. E in fondo mi va bene così.
    Capisco il tuo discorso, ma non credo di condividerlo. Nel caso di “La nostra vita”, da spettatore, non ho sentito la necessità di uno sguardo più forte, ma prima di tutto quella di una sceneggiatura meno moralistica.
    Comunque la lettura parallela Luchetti/Hillcoat è molto bella…

  5. Posted 10 giugno 2010 at 17:43 | Permalink | Rispondi

    No, adesso è chiaro anche a me che non stiamo dicendo proprio le stesse cose. :)
    Secondo me infatti lo sguardo del regista è sempre importante, anche nel suo sottrarsi e “mettersi al servizio” della sceneggiatura, oppure nel limitarne i danni o asciugarne gli eccessi di scrittura.

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