Il nostro viaggio nel Cinema Italiano: La Banda del Brasiliano – A Summer of Rage, Patrizio Gioffredi, 2009

Trama: Il Brasiliano, il Randagio, il Mutolo e il Biondo. Quattro trentenni che, tra il precariato e la disoccupazione, scelgono di rapire un impiegato comunale di anni 50. Il caso – che cela un intricato segreto – viene affidato al vecchio Ispettore Brozzi (interpretato da Carlo Monni) e al suo assistente, il Vannini.

Giudizio sbrigativo: Molto divertente. Anche se la realizzazione è dilettantesca (regia zoppicante, audio in presa diretta di quelli che non si capisce mai un cazzo, ecc…) non ci si annoia (quasi) mai. Scritto con intelligenza, evidente passione e con buone intuizioni. Lo sbandierato citazionismo e la tematica “calda” potrebbero renderlo un piccolo culto. O comunque guadagnarsi un approfondimento su qualche quotidiano. Attenzione! Notizie dall’internet! È già successo!


Perché lo abbiamo visto? Che domande fai? Perché si intitola La Banda del Brasiliano, c’ha quella locandina lì ed è del 2009. C’è gente che non aspetta altro…

Fulmine di Pegasus (aka triplo dolly carpiato con avvitamento aka la scena ricca aka buttiamo due soldi su questa sequenza che facciamo il botto aka “la mia arte si esprime nella visione”): Il film è stato girato tra amici (il collettivo John Snellinberg), nei ritagli di tempo e con un sontuso budget di 2000 euro. Non c’è molto spazio per Fulmini di Pegasus. Va detto però che la sequenza che accompagna i titoli di testa, (una macchina che raccoglie i componenti della banda e poi sfreccia verso l’obbiettivo, as seen in Milano Violenta…) è girata con negli occhi e nel cuore il Grande Cinema. Il risultato è quello che è, ma gli intenti sono alti. Per il resto è tutto interni e dialoghi…


Momento Centovetrine (alias la scena povera alias hai speso i soldi per il triplo dolly, adesso quest’altra la fai con un totale di 3′ e la illumini con la luce di emergenza Beghelli, e il fonico oggi non viene perché aveva un torneo di karate): Come detto, la realizzazione è dilettantesca: raccordi accazzo, montaggio piuttosto rozzo, una presa diretta da denunzia. Certo, tanta simpatia, eh? Ma va detto che la visione è a tratti faticosa. C’è però un momento totalmente incomprensibile: con una svolta di sceneggiatura forzatissima, il Vannini viene spedito a Napoli. Parte poi una sequenza di montaggio girata nel capoluogo campano. Il poliziotto si aggira per i vicoli facenndo vedere una foto a dei passanti e chiacchierando con la gente. Lo scopo probabilmente era quello di aumentare i set del film e di renderlo quindi velocissimo e internazionalissimo. Un po’ come quei James Bond dove nelle prime tre sequenze si vedono 48 città differenti… Totalmente inutile, la sequenza napoletana è stata girata probabilmente con l’altissima motivazione: “Perchè no! E comunque qui c’hanno girato Napoli Violenta! Formidabili quegli anni!”.

Dai, dai, dai che la giriamo: (alias la scena in cui il film sembra decollare). L’ingresso in scena del Brasiliano è piuttosto epic. Il giovine arriva e, in silenzio, monta un vecchio proiettore. Dopo aver mostrato al rapito un cortometraggio omaggio al poliziesco, comincia a paralre di cinema. Guardiamo il filmato…

Beh, immagino che molti di voi abbiano avuto un sussulto a sentire queste parole. Io personalmente mi sono molto emozionato. Come avete potuto vedere la messa in scena è quella che è, ma di fronte a farsi come “c’avete dato i soldi per andare al cinema, ma c’avete tolto i film. C’avete dato i mezzi, c’avete tolto gli scopi”, non si può fare altro che alzarsi in piedi, battere forte le mani e urlare forte “daicazzo!“. Ottimo il fatto che FINALMENTE si utilizzi il discorso sul Cinema e l’ormai vecchia polemica su “quel cinema che non c’è più” per parlare d’altro.

Enchanted Bunny (alias la scena in cui il film si suicida): Il film rimane in vita. Non c’è un suicidio. Forse – soprattutto se pensiamo a queanto scritto appena sopra – la critica al cinema italiano è un po’ banale e scontata (anche se ovviamente condivisibile). Il Brasiliano porta il Biondo a vedere Milano Odia: La Polizia Non Può Sparare. Durante la visione uno spettatore dice qualcosa come “Tomas Milian: sempre sopra le righe”. La reazione del Brasiliano è un secco: “Ma vattì a vedé un film coreano del cazzo! Mi stanno sul cazzo, stì intellettuali!”. E ok, evviva Umberto Lenzi, ma si rischia di fare la figura del Renzo Martinelli che nei suoi film mette sempre quei messaggi così criptici come: “I critici sono tutti delle teste di cazzo!”. Usciti dal cinema il Brasiliano chiosa poi con un “A me i film italiani di oggi mi fanno tutti cacare!”. Coraggioso e liberatorio però il fatto che ce la si prenda pure con L’Imbalsamatore (che per la cronaca a noi era piaciuto assai).

Tarallucci e vino (alias c’è un conflitto? che cos’è il conflitto alias l’altro umiliato in sottotesto): Come si è capito dal video postato sopra, il tema portante del film è il conflitto tra noi trentenni precari e la attuale classe dirigente fatta di cinquantenni che non fanno un cazzo da mane a sera guadagnando pure dei soldi (spesso pure sulla nostre spalle). Per usare le parole del regista Patrizio Gioffredi: “… Nel nostro collettivo siamo più o meno tutti precari. Di chi è la colpa? Della generazione dei nostri padri, che ha contribuito a lasciarci in eredità un’Italia dove i diritti dei lavoratori si sono affievoliti, il bagaglio culturale è disperso e il potere è concentrato nelle mani di pochi.” Polemica condivisibilissma e – anche se forse a un certo punto viene ripetuta troppe volte – portata avanti con intelligenza. Fortunatamente i trentenni, gli eroi del film, non sono presentati come dei megafighi innocenti e puri, ma come dei cazzoni abituati a farsi mettere i piedi in testa.

La società si prende le sue colpe? Beh, diciamo che la società viene accusata per tutto il film. Sfortunatamente manca l’ammisione di colpa da parte dei vari cinquantenni che se ne escono in continuazione con frasi come: “Non vi abbaimo mai fatto mancare nulla!” o “I giovani dovrebbero rimboccarsi le maniche, come abbiamo fatto noi a nostro tempo!”.

Indice di in-vaccabilità (alias quanto è riconducibile a: “è di destra o di sinistra?”): Il film è esplicitamente di sinistra. A un certo punto per rendere il tutto leggermente didascalico, il Mutolo fa la lama a un falcetto con un martello. Vedi un po’ se l’hai presa…

Indice “Montale e i suoi limoni“ (alias sfoggio di high culture a caso): Beh, il paratesto urla fortissimo “poliziesco italiano anni settanta!”. Il font dei titoli di testa, la locandina, la colonna sonora (molto molto bella, filologica e con musicisti come Calibro 35, Gatto Ciliegia Contro il Grande Freddo, Sam Paglia…) tutto è fatto a modino. Oltre a questo compaiono affiche a uso ridere. Citiamo almeno: La Banda del Gobbo, Roma Violenta, La Polizia Incrimina la Legge Assolve, Mark il Poliziotto, Si Può Essere Più Bastardi dell’Ispettore Cliff? Ottima la trovata di avere sempre tra i coglioni una bottiglia di J&B e di dichiararlo: “Questa DEVE stare qui”. Come già scritto, si va al cinema a vedere Milano Odia: La Polizia Non Può Sparare, ecc…

Indice di Tarantinabilità (alias c’è qualcosa che tra vent’anni ci sembrerà troppo avanti?): Io ho trovato geniale una scheggia impazzita di umorismo non sense in cui una comparsa imbraccia una sega elettrica e corre fortissimo fuori campo. Così, come se non ci fosse un domani. Se io fossi uno come Tarantino (cazzone e pieno di soldi) ci costruirei sopra un film e lo affiderei a uno dei miei umili schiavetti.

Maggio 2007 (alias segnali di calendario possibile alias tette laterali): L’unica presenza femminile del film è una prostituta, interpretata dalla bella Valentina Cesarini, da cui si reca ogni tanto l’ispettore Brozzi. La ragazza appare in vestaglietta. Niente tetta laterale, niente di niente. Cercando sull’internet ho trovato il suo Flickr. Bella e pure brava.

Pubblico? Quale pubblico?: Come detto, grazie al passaparola e al fatto che c’è quel plus di crtitica sociale, il film sta godendo di una buona visibilità. Dopo aver fatto la sua porca figura in giro per l’Italia in festival di genere, è uscito direttamente in dvd per la Cecchi Gori Home Video. Cacciate i soldi, fate girare l’economia, non state sempre lì a fare quelli che. Uscite e comprate il film.

Ce lo meritiamo? Direi di sì. Sia perché personalmente appoggio la tesi del film, sia perché finalmente l’amore per il cinema di genere non rimane solo enunciazione e omaggio nerdacchione, ma diventa un discorso più strutturato sullo stato di salute del cinema indipendente.

Sito | Trailer

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2 Comments

  1. BabiDec
    Posted 13 giugno 2010 at 19:19 | Permalink | Rispondi

    riepilogando: è un concentrato di cose che, al cinema, mi fanno impazzire; ci sono i Calibro 35 (quelli che mi hanno regalato – a me personalmente – quel Bouchet Funk che Bacalov non pubblicò mai!); c’è quella locandina; quella tendenza politica. Mancano solo il Punt e Mes,l’acqua Pejo e il cartello: “Entra in polizia” accanto alla foto di un orgoglioso Giovanni Leone … o ci sono?

  2. John Snellinberg
    Posted 16 giugno 2010 at 13:45 | Permalink | Rispondi

    La foto di Leone c’è nel cortometraggio incluso nel dvd, 9 minuti di delirio poliziottesco!

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