The Limits of Control, Jim Jarmusch, 2009

Non farsi segnare dalle mode. Nel bene o nel male è questo che riesce a Jarmusch, facendosi forza del suo status di autore, di culto o meno, sulla breccia da una trentina di anni.

Riesce, ma di questo non avevamo dubbi, ad evitare quella mutazione del cinema indipendente americano, in atto da più di cinque anni a questa parte, di trasformarsi in un cinema di gente con la maglietta a righe. Il che, abbastanza naturale, è diventato quando ha smesso di essere un etichetta che ricopriva una varietà molto estesa di film e fenomeni, ad essere un etichetta applicata a un pubblico. E quindi invece di costruire un’audience si è ritrovata a compiacere un audience.

Certo, Broken Flowers era molto vicino ad una certa tendenza del cinema dell’epoca, ma aveva qualcosa in più. Forse classe, forse aura non so.

Come si tira fuori da questa deriva Jarmusch? Nel modo forse più semplicistico, ricorrendo alla dimensione intellettuale che è ovviamente obliata da questa tendenza generale al compiacimento. Lo può fare perché ha la credibilità di un nome, perché ha possibilità di avere nei suoi film Gael Garcia Bernal (che fine aveva fatto?), Bill Murray, Tilda Swinton e John Hurt, e perché forse ha un’idea di cinema che non è così legata, se non per semplici sfumature, ad uno zeitgeist misurato ogni due anni.

E, quindi, fa un film come ci si può aspettare da lui, né più né meno, ma allo stesso tempo fa un film che è diverso da quello che lo circonda. E che non verrà mai distribuito, penso. A differenza di tutti i suoi film del passato. Se vogliamo capire un po’ come sono cambiate le dinamiche distributive in Italia, e secondo me come anche Internet le ha mutate, si può prendere anche questo come esempio. Ma sarebbe un discorso lungo.

The Limits of Control è un film che si basa sull’iterazione esasperata di gesti e di situazioni, ovviamente sui silenzi, e su successioni di inquadrature ben costruite.

Isaach De Bankolé interpreta un misterioso personaggio ingaggiato per fare qualcosa di altrettanto misterioso: un killer? Un corriere? Una spia? Non si sa?

Certo è che si ritrova in Spagna a incontrare una serie di contatti con cui si svolge sempre la medesima serie di eventi e conversazione:

setting: un luogo in cui lui ordina due tazze di espresso contemporaneamente

contatto dice: parli spagnolo

lui: no

contatto: sei interessato a x (si intenda per x una qualsiasi forma di arte o di conoscenza)

lui: …

contatto: inizia un discorso assai complesso sulla questione arte e conoscenza

lui: …

il contatto lascia una scatola di fiammiferi dove lui trova un biglietto scritto in codice, che lu legge ed ingoia.

Successivamente va in un museo ad ammirare un’opera d’arte.

Torna a casa dove trova Paz De La Huerta nuda con gli occhiali, con cui non fa sesso ma dormono assieme.

Il che sembra un po’ noioso, e difatti lo è. Però alla fine il tutto diventa ipnotico, diventa un gioco di attese, e si rende chiaro il gioco intellettuale. A un certo punto, la questione non è solo che il fare intellettuale (intellettualismo è un termine da neosnob, non mi piace, perlomeno non in questo caso) di Jarmusch che lo salva da una deriva abbastanza svaccata, ma diventa un apologo sulla funzione dell’arte e sulla vendetta dell’arte, e della conoscenza, rispetto al mondo in cui si trovano e vengono sempre messe a tacere o sepolte. Non si tratta esattamente di vendetta, lo si dice pure che la vendetta è una stronzata, ma di un gesto di ribellione estremamente organizzata, e come tutte le ribellioni efficaci, estremamente calcolata. Come dovrebbe essere una vendetta, anche se con un obiettivo diverso.

Talmente strana la forma dell’apologo, forse quasi inaspettata, che alla fine lo stupore per questo salva un film che potrebbe essere preso per altri versi come qualcosa di noioso e inutile, e gli fornisce uno scopo, quasi teorico, che lo fa brillare in un modo diverso. E lo fa guardare con più simpatia, nonostante la sua supponente noia.

Trailer|IMDB

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