Un sogno lungo un giorno, Francis Ford Coppola, 1982

Mea culpa: non avevo mai visto One from the Heart, ed è stato bellissimo premere “play” senza avere riletto nulla sul film. La storia è classica che di più non si può: Hank (Frederic Forrest) e Frannie (Teri Garr) sono una coppia di Las Vegas e stanno insieme da quattro anni. Nel giorno del loro anniversario, il quattro di luglio, litigano fuoriosamente e si lasciano. I due, parallelamente, trovano delle persone dalle quali sono attratte: lei si invaghisce di Ray (Raoul Julia), un sedicente cantante/pianista che però si esibisce ben poco sul palco e molto di più tra i tavoli, facendo il cameriere. Lui perde la testa per Leila (Nastassja Kinski), una circense tanto bella quanto matta. Come nella migliore tradizione, alla fine i due protagonisti torneranno insieme.

Su questa trama scontata, Coppola, reduce da Apocalypse Now, imbastisce un film per cui è bene tirare fuori dal robivecchi il termine “visionario”, lucidarlo, pulirlo e usarlo nuovamente. Tutto è esagerato, in primis i set, completamente ricostruiti negli studi della Zoetrope e ripresi da Storaro con tecniche all’epoca – siamo nel 1982 – più che sperimentali: il tutto a scapito della tenuta economica della stessa casa di produzione, come sempre. Ma ciò che impressiona è la profondità del film, in senso più estetico e spaziale che concettuale. Come in un gioco di specchi, le canzoni (scritte e cantate da un certo Tom Waits con Crystal Gayle) che compongono l’ossatura narrativa di Un sogno lungo un giorno lo rendono un musical quasi senza balletti, con quei movimenti di mondo tanto cari a Deleuze in versione, però, più statica e meno calda: ciò che dicono le canzoni si riflette nel film, in un rapporto non perfettamente coestensivo (come invece accade nel musical). Allo stesso modo, Coppola usa le pareti delle case per “proiettare” scene in parallelo, o anche la scenografia della vetrina dell’agenzia di viaggi in cui Frannie lavora come fondale per un accenno di “altro mondo”, senza però perdere di vista il grado zero della narrazione e della messa in scena, cioè la vita dei due a Las Vegas.

La scelta della capitale del gioco d’azzardo, poi, non è un caso: ambientando quasi tutto il film lungo la celeberrima strip, Coppola si può permettere di essere ipercolorato e fantasioso accentuando appena ciò che realmente esiste e si muove su quella strada, andando così sopra le righe senza esagerare. Certo, la cifra stilistica della pellicola è “iper-qualcosa”, e se uno non ha voglia di tinte fluo e melodrammi pop rischia, appunto, l’iperglicemia, o qualche disturbo oftalmico. D’altro canto si capisce ancora una volta come Coppola sia davvero uno dei pochi registi della contemporaneità ad avere una sua visione, è il caso di dirlo, in fase di progettazione del film che porta avanti a dispetto di tutto. Un cineasta magniloquente, che però è in grado di spiegare il come e il perché di ogni singola sequenza solo attraverso la sequenza stessa. Scusate se è poco.

IMDB | Tre minuti di film

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