Nove ospiti per un delitto, Ferdinando Baldi, 1977

Talvolta la passione per il thriller italiano degli anni ’60-’80 porta a scoprire gioie inaspettate. Spesso, invece, si vedono film mediocri. Poi capitano queste schifezze. Ferdinando Baldi, scomparso nel 2007 e autore di numerosissimi film (dal drammatico al musicarello), non poteva esimersi dal firmare anche un thriller come andava di moda in quegli anni, ed ecco Nove ospiti per un delitto.
La storia è presto detta: un fiacco remake di Dieci piccoli indiani. I protagonisti sono principalmente i figli di un ricco anziano patriarca, con rispettivi partner: caratteristica che unisce le coppie, che conosciamo già nel viaggio in barca verso l’isola: non ce n’è una che non si tradisca. Insomma, per capire chi sta con chi, e chi mette le corna a chi con chi, ci si mette una buona mezz’ora. Tranquilli: sono trenta minuti in cui non accade niente. Baldi pare avere perso il concetto di ellissi e di avere invece abbracciato urlando di gioia quello di “prolissità”. E quindi quando c’è una situazione di tensione, Tizio guarda Caio, che guarda Sempronio, che riguarda Caio, che riguarda Tizio, e così via. Interminabile.

Povero Baldi, lui ci prova anche a staccarsi dal modello originale, soprattutto svestendo le attrici e mettendo loro in bocca frasi come “Tu non sei un vero uomo”. Ma non c’è niente da fare: ti trovi a guardare il film prestando più attenzione alla splendida isola dov’è girato che agli accadimenti, e ti senti come quando ti incastravano a vedere le diapositive delle vacanze. Tra Cassandre e visioni, urla e cali di tensione (elettrica, s’intende, figurati se…), passati che ritornano e chili di passata (di pomodoro) che arrivano addosso a muri e convitati (di pietra, date le mimiche), il film tocca l’ora e mezzo, con diversi amplessi (la cui visione è limitata ora da un tavolino, ora da una pianta, ora dallo schienale a liste di una sedia), diversi omicidi e… E alla fine ti accorgi che ci sono numerosissime contiguità con la trama e il modus operandi dell’omicida di Harper’s Island, ma non lo dici a nessuno, per paura che il padrone di casa inizi a parlare del valore paradigmatico e profetico del cinema italiano di genere o, peggio, che tiri fuori un altro caricatore di diapositive dal cassettone.

Moneyshot: in una scena di estrema tensione, i diversi personaggi mettono in moto, uno dopo l’altro, i diversi giochini che ci sono nella villa. Prima un pendolo di Newton, poi un equilibrista di ferro in biico su un punto e roteante su un ceppo, poi ancora una specie di labirinto, poi… Oh, vi ricordate? Ho detto prolisso.

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4 Comments

  1. BabiDec
    Posted 28 giugno 2010 at 10:23 | Permalink | Rispondi

    Leggendoti viene per un attimo in mente quella cosa straordinaria che fece Mario Bava all’inizio dei ’70. Ma se per 5 bambole per la luna d’agosto qualcuno ha ritirato fuori il termine “estetica del cattivo gusto” e per il film di Baldi no … forse non è proprio la stessa roba. Bava ha il genio, la Fenech, un finale da urlo e i Balletto di Bronzo nei titoli di testa. Baldi ha dato il massimo in “Blindman”: spaghetti western con eore non vedente e Ringo Starr villain. Non è un capolavoro ma ne vale comunque la pena ;)

    • Francesco
      Posted 28 giugno 2010 at 22:32 | Permalink | Rispondi

      No, no. Qua siamo dalle parti del cinema alimentare…

      • BabiDec
        Posted 29 giugno 2010 at 16:56 | Permalink

        anche il 90% delle opere baviane lo erano. Segno che la marchetta è un’arte (anche al cinema).

      • Francesco
        Posted 29 giugno 2010 at 21:56 | Permalink

        intendo dire che siamo dalle parti del cinema che aspetta solo la pausa pranzo. mai visti attori così annoiati…

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