Un héros très discret, Jacques Audiard, 1996

Jacques Audiard lo conosciamo principalmente come grande autore di polar: Il profeta, Tutti i battiti del mio cuore, Sulle mie labbra. In Italia abbiamo avuto la fortuna di vedere distribuita tutta la sua breve filmografia, perfino l’opera prima Regarde les hommes tomber, anche se solo sul satellite. Tutti eccetto uno. Che all’apparenza non è un polar. Perché Audiard è soprattutto, oltre che un grande sceneggiatore (nonché figlio di cotanto padre), un superbo narratore di storie. E il suo secondo film, Un héros très discret, premiato al Festival di Cannes per la sceneggiatura e inedito in Italia, sembra voler ribadire questo, attraverso la storia di un grande raccontatore di storie.

Albert Dehousse ama le storie. Quelle dei giornali per ragazzi, dei romanzi d’appendice. Storie avventurose, emozionanti. Eroiche. Storie che hanno scenari molto differenti da quelli della sonnolenta provincia del nord della Francia degli anni trenta in cui è relegato e costretto da una madre castrante e il fantasma di un padre morto durante la Grande Guerra, ufficialmente da eroe. La via di fuga da questa vita non propriamente esaltante, per niente eroica, gli si presenta grazie al secondo conflitto mondiale. Una guerra solamente sfiorata, che non lo può vedere protagonista ma bensì osservatore esterno perché riformato, ma che permette, all’indomani della liberazione, di reinventarsi, offrendo la possibilità di costruirsi una vita ex-novo. Rifugiatosi nella Parigi città aperta, il timido Albert riesce ad essere accettato nella Resistenza, entrando addirittura tra le fila del nascente governo. E lo fa esattamente come il Malik de Il profeta. Osservando. Annotando mosse e gesti, mandando a memoria nomi e parole. Come in carcere l’osservazione è lo strumento per riuscire a sopravvivere sia dentro che fuori e costruirsi una credibilità e una posizione, in questo caso vera, così nella Parigi del 1945 l’osservazione permette di creare una vita, fittizia certo, ma non meno credibile. Riuscendo così a catturare l’attenzione e la benevolenza di generali, giornalisti e uomini politici, attraverso storie di gesta mai compiute e un volto che ispira fiducia.

“Le vite più belle sono quelle che si inventano” annuncia nel prologo un invecchiato Albert con i tratti di Jean-Louis Trintignant, evocando lo spettro della battuta fordiana “Quando la leggenda incontra la realtà, vince la leggenda”. Supportato da una grandissima interpretazione di Mathieu Kassovitz, fresco reduce dal successo per L’odio, Audiard indaga sul sottile confine tra realtà e mistificazione, gettando una luce ambigua sulla Storia e le sue storie. E lo fa con una maestria registica ampiamente definita già al suo secondo film, attraverso un racconto di formazione e apprendimento, costante di tutto il suo cinema, e al candore di un personaggio emblematico, e in questo senso eroico, e la sua tenacia di crearsi una vita attraverso la finzione. Un inno quindi al raccontare storie. L’essenza stessa del cinema.

IMDB | Trailer

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