Brooklyn’s Finest, Antoine Fuqua, 2009

Tutte le mattine Eddie si alza e come prima cosa si beve un bicchiere di whisky per fermare il tremore delle sue vecchie mani da alcolizzato. Poi si infila in bocca la canna della sua pistola d’ordinanza. Ci pensa un po’ prima di premere con decisione il grilletto. Fortunatamente tiene la pistola scarica ormai da tempo. Ma in questi casi, quello che conta è il pensiero.

Eddie non è per niente contento.

Eddie non è per niente contento.

Tutte le mattine Sal si alza e come prima cosa prega. Cristiano insoddisfatto, non si accontenta del perdono di Gesù Cristo. Da lui vorrebbe una mano. Vorrebbe un aiuto per trovare i soldi necessari a cambiare casa. Per lui, per le sue due figlie e soprattutto per sua moglie – incinta di due gemelli – quella in cui stanno ora è troppo piccola e fisicamente nociva. E, quando anche gli straordinari non bastano, si cominciano a fare brutti pensieri. Che poi si trasformano in brutte azioni. Che fortunatamente, deo gratias, il poliziotto può dimenticare in confessionale.

Sal non è per niente contento.

Sal non è per niente contento.

Tutte le mattine Tango si alza e come prima cosa da un occhio al suo vecchio distintivo. Da anni fa lo sbirro infiltrato. Si aggira tra squallidi projects, spacciatori e assassini. L’ha voluto lui. Per questo ha detto fondamentalmente addio alla sua vecchia vita. La moglie l’ha lasciato, non ha più nessuno amico e sta cominciando a dubitare dei suoi valori morali. Tanto ormai è chiaro che tutti stanno cercando di fregarlo. L’importante a questo punto è uscirne nel migliore dei modi. E possibilmente anche vivo.

Tango non è per niente contento.

Tango non è per niente contento.

Tutte le mattine il sole sorge a Brooklyn. Non importa che tu sia Eddie, Sal o Tango. Comunque, vi potete fidare, sono cazzi.
Chiedo venia per questo incipit da ritiro della patente, ma non è colpa mia. La responsabilità è di Michael C. Martin e di Antoine Fuqua, rispettivamente sceneggiatore e regista di Brooklyn’s Finest. Vi ricordate di Antonie Fuqua? Che strana carriera. Ha esordito sul grande schermo col botto con l’interessante Training Day per poi perdersi un po’ dietro a progetti mai completamente orridi, ma sempre sul limite della cacatina. Vi ricordate L’Ultima Alba (straordinaria l’affiche con la scritta: “c’è un momento preciso in cui un uomo diventa un’eroe”. Un – apostrofo – eroe. True Story.)? Vi ricordate King Arthur (straordinarie le foto di Ivano Marescotti con la musta da Vescovo Germanius.)? Vi ricordate di Shooter (boh… non c’era niente di male in Shooter.)?  Insomma, un buon regista – forse con qualche velleità di troppo – alle prese con film di genere, con pellicole d’intrattenimento. Dio solo sa quanto abbiamo bisogno di gente così. Il problema è dopo Training Day, erano tutti gli a dirgli “Antoine, tu sei un autorone con la a maiuscola!”. Per cui dopo tutti questi anni al (giusto) servizio del dio soldo, Antoine ha deciso di tornare a picchiare duro. Basta averci il braccino, il freno a mano tirato! E allora via di Brooklyn’s Finest.

Cazzo fai, Richard? Mi fai il braccino? Oh!

Cazzo fai, Richard? Mi fai il braccino? Oh!

È brutto Brooklyn’s Finest? No, brutto non si può proprio dire. È bello Brooklyn’s Finest? Beh, oddio, bello è n’altra roba. Diciamo che è un po’ una cafonata. È uno di quei film che aspira ad essere un vero e prorpio filmone. Antoine Fuqua s’è trovato per le mani una sceneggiatura già di per sé pesante e impegnativa e nel portarla sul grande schermo ha deciso di non farsi mancare nulla. Ci sono gli attoroni, la musicona, le storione (e il montaggione) parallelone che-però-poi-a-un-certo-punto-si-incrociano, i temoni (la fede, l’onore, il tradimento, la redenzione e la dannazione) e il finalone. Il tutto ovviamente in una pellicola che dura più di due ore perché, si sa, la durata eccessiva è un altro elemento necessario se si vuole fare un classicone. Tutti questi elementi non sono di per sé dei difetti, ma è proprio la loro esasperazione, il pensarli necessari per realizzare un capolavoro, il difetto principale del film. Che, va detto, in questa calda calda estate va giù bello fresco e che ha il grande merito di avere una serie di attori di contorno da applausi, standing ovation, ole e vuvuzela: Wesley Snipes, Vincent D’Onofrio, Ellen Barkin, Lili Taylor, Wil Patton. Discorso diverso per i tre attori principali che passano tutti i 132 minuti di film con la fronte corruciata. Ah, da oggi è VIETATO mettere White Rabbit dei Jefferson Airplane come sottofondo per sequenze di gente che si droga. Ecchecazzo…

Tutti in piedi per Wesley!

Tutti in piedi per Wesley!

IMDB|Trailer

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One Comment

  1. gennaro
    Posted 3 luglio 2010 at 03:29 | Permalink | Rispondi

    Un cinque alto a Wesley ritornato per una volta dai bassifondi dei direct to video.
    Peccato per Gere e Hawke, vederli recitare assieme deve essere un’esperienza devastante.

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