Il nostro viaggio nel cinema italiano /10: Alice, di Oreste Crisostomi

Trama
Alice (Camilla Ferranti) è una giovine che lavora in un’agenzia assicurativa in una cittadina del centro Italia (che poi sarebbe Terni). Ha la madre nervosetta (Fioretta Mari), il padre maniaco delle pulizie, una nonna simpatica (Gisella Sofio), una sorella che si sta per sposare e un’altra, minore. Ha anche un amico del cuore gay (Massimiliano Varrese), un’amica fioraia assai saggia che dice cose saggie (Catherine Spaak), e non ha uno straccio di uomo, soprattutto perché si veste male e porta gli occhiali. Innamorata follemente del suo collega Luca (Giulio Pampiglione), che non la considera, vivacchia, fino a che proprio lui la invita a cena. Allora Alice, aiutata dall’amico omosessuale, cambia look e diventa bella. Ahinoi, però, l’invito era per una cena tra colleghi, Luca sta con un’altra e il collega sfigato ci prova con Alice. Ma un sogno felliniano alla fine, forse le dirà qualcosa. A lei, perché a noi… Nel frattempo una vecchia sarta ricorda com’era stato il suo matrimonio, quando si stava bene anche con poco, la collega con cui si è messa Luca viene mollata, ma è incinta e alla fine tiene il bambino, l’amico gay vede il suo amante sposato con una ex compagna di scuola di Alice, la fioraia continua a dire cose sagge, c’è una specie di orgia all’addio al nubilato della sorella di Alice, tutti si vogliono bene, forse anche Alice e il collega sfigato, che se ne vanno fuori campo insieme, alla fine del film… rivelando il set. Dio mio.

Giudizio sbrigativo
Un film del tutto inutile, con pretese da commedia leggera, che però raggiunge un grado di evanescenza tale da sublimare istantaneamente in gassoso e perdersi nell’aria, confondendosi con essa (una frase, quest’ultima, che potrebbe essere pronunciata dalla fioraia).

Perché lo abbiamo visto?
Per scrivere questo post e per riempire un po’ la scaletta della puntata martedì scorso.

Fulmine di Pegasus (aka triplo dolly carpiato con avvitamento aka la scena ricca aka buttiamo due soldi su questa sequenza che facciamo il botto aka “la mia arte si esprime nella visione”)
La sequenza del sogno: sovraesposta, in bianco e nero, in cui tutti ridono e volteggiano tra panni e drappi. In un autobus. Con scritto “Alice” sul davanti. Sai mai.

Momento Centovetrine (alias la scena povera alias hai speso i soldi per il triplo dolly, adesso quest’altra la fai con un totale di 3′ e la illumini con la luce di emergenza Beghelli, e il fonico oggi non viene perché aveva un torneo di karate)
Praticamente tutte le altre. Sembra sempre di sentire Duccio che urla “Apri tutto”…

Dai, dai, dai che la giriamo (alias la scena in cui il film sembra decollare)
Mai, davvero. Un piattume senza fine. Solo la bravura di Gisella Sofio non fa imprecare contro l’incapacità di tutto il cast (la protagonista, in particolare, conosce solo due espressioni: con broncetto e senza broncetto): insomma, è facile brillare quando intorno c’è il fango (scusate, è la fioraia che…).

Enchanted Bunny (alias la scena in cui il film si suicida)
Non appena compare la fioraia, che dice ad Alice frasi come “Tu sei come un’orchidea”, hai bisogno di cure. Ma che fioraia è? E le begonie, campano da sole? Ma per favore…

Tarallucci e vino (alias c’è un conflitto? che cos’è il conflitto alias l’altro umiliato in sottotesto)
Quando compare l’amico gay si parla delle discriminazioni da lui subite da parte della moglie del fratell, che non accetta “i diversi”. Ma la questione omosessuale serve unicamente all’abbigliamento di Alice: del resto, si sa, ogni gay non fa altro che vestire e svestire la sua migliore amica sfigata, come una Barbie, no? Alla festa di addio al celibato della sorella di Alice, un’invitata si tromba due camerieri nei bagni del ristorante, ma la scena, probabilmente, serve solo perché qualcuno pronunci una parolaccia (“troia”, per la cronaca).

La società si prende le sue colpe?
Non esiste la società, in questo film. E’ come pretendere di parlare di socialità a Legoland, o di res publica a Ocopoli.

Indice di in-vaccabilità (alias quanto è riconducibile a: “è di destra o di sinistra?”)
Per quanto scritto sui gay, sicuramente il film è di sinistra: ma è quella sinistra che va agli spettacoli di teatro contemporaneo dell’autore polacco (interpretato da Vito), va al cinema a vedere “film di due ore e mezzo”, cita Sylvia Plath e scrive haiku. No, davvero, non sono esempi a caso, provengono dal film.

Indice “Montale e i suoi limoni” (alias sfoggio di high culture a caso)
Un bell’otto su dieci. Vengono citate le performance di teatro contemporaneo (con un po’ di ironia, va riconosciuto), un pasticciere cinefilo dà ad Alice un film di Woody Allen (Alice?), la protagonista cita con l’amico gay scene di Viale del tramonto, lei parla di poetesse morte, e compone versi come “Nel ripetersi / dei miei giorni qualsiasi / nuovi i profumi”. Per non parlare delle perle di saggezza della fioraia: un misto di new age da edicola, potere delle pietre, divinazione, luogo comune. Mortale.

Indice di Tarantinabilità (alias c’è qualcosa che tra vent’anni ci sembrerà troppo avanti?)
Ma de che. Qui è tutto talmente indietro da apparire immobile. C’è più sperimentazione in una puntata qualsiasi dell’ultima serie de I ragazzi della terza C.

Maggio 2007 (alias segnali di calendario possibile alias tette laterali)
Ci speravo, considerando il passato da tronista della Ferranti. Invece no. Tutti coperti, anche nell’accenno di threesome. Che peccato.

Pubblico? Quale pubblico?
Alice esce in un periodo troppo sfigato: i cinema ormai chiudono e nessuno ci va. Forse si spera in qualche fan sfegatato della Ferranti, nei cittadini di Terni (è sempre bello vedere la propria città al cinema), in qualcuno attratto dalla carineria del manifesto e del trailer. O in qualche compagno o compagna di scuola del regista.

Ce lo meritiamo?
Non necessariamente, su. O forse sì, perché finalmente tutti i gay italiani si ribellino contro questa raffigurazione che il cinema dà degli omosessuali maschi (di femmine, mai, neanche l’ombra). Sii maledetto, Ferzan!

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