La quattro volte, di Michelangelo Frammartino, 2010

Ecco un altro film da cercare con il lanternino: nonostante la presentazione più che soddisfacente all’ultima Quinzaine di Cannes, infatti, questo gioiello è uscito davvero in pochissime copie sul territorio nazionale. Il motivo di questa scelta, per quanto discutibile, è evidente: si tratta di un film in cui nessuno parla per un’ora e mezzo, in cui Frammartino “si limita” a mostrare e riflettere su quattro momenti della vita, quello umano, animale, vegetale e minerale.

Girato tutto all’interno del complesso del Pollino in Calabria, Le quattro volte ha un potere enorme: riesce ad affascinare semplicemente raccontando la vita di un pastore, di un capretto, di un albero e dello stesso che diventa carbone. Ma non aspettatevi contemplazioni liriche con musica struggente: di musica, per esempio, non c’è n’è affatto (bisogno). E non pensate nemmeno a macchine da presa immobili che inquadrano paesaggi immutabili per lunghi quarti d’ora: Frammartino costruisce gli spazi in maniera eccellente, con un grande senso del ritmo e dell’azione. Ne è esempio una scena, risolta tecnicamente solo con una ripresa panoramica che oscilla da destra a sinistra e viceversa, in cui vediamo, senza stacchi, gli ultimi preparativi di una processione pasquale, il cane del pastore che cerca di attirare l’attenzione dei figuranti, questi che lo cacciano, la processione che passa davanti alla casupola dove l’uomo vive, un camioncino che sfonda una rete dalla quale escono decine di capre che invadono la strada e il paese. E non c’è neanche un senso nostalgico per “come si facevano le cose un tempo”: tecniche antiche come quelle atte alla formazione del carbone convivono con feste di paese, credenze religiose assai personali, automezzi dai quali escono centurioni romani pronti per sfilare in processione, camioncini che si inerpicano per mulattiere calabre, eccetera.

Quello che rimane al centro del progetto del film, oltre alla pregevole organizzazione dello spazio di cui si è detto, è il senso del tempo: questa dimensione immutabile non viene deformata da esigenze di schematismi narrativi. Non c’è la classica scansione in stagioni, ma tutto è regolato dai tempi propri dei “protagonisti” delle quattro parti del film: vediamo quindi l’uomo pascolare le sue capre, le stesse partorire e svezzare i piccoli, l’albero che si erige, prima di essere tagliato, per diverse stagioni e, infine, osserviamo un processo lungo settimane quale la carbonizzazione del legname. Sembra che Frammartino ci dica che la prospettiva di questi cicli di nascita, vita e trasformazione (più che morte) dipende strettamente da chi attraversa queste fasi. Il punto di vista antropocentrico viene così scardinato e messo da parte, ma senza alcuna magnificazione del “saggio tempo della natura”. “Così vanno le cose, così devono andare”, cantava anni fa Giovanni Lindo Ferretti prima di bersi definitivamente il cervello. Forse questo film potrebbe piacergli, ma evitiamo di pensarci: sarebbe l’unico modo di intaccare uno dei prodotti più validi e coraggiosi del cinema italiano degli ultimi anni.

IMDB | Trailer

Annunci

One Trackback

  1. By La pattuglia italiana « secondavisione on 24 febbraio 2011 at 08:29

    […] ha mai funzionato fuori dall’Italia. Una scelta spiazzante sarebbe stata quella di mandare Le quattro volte di Frammartino. Persa per persa, tanto valeva stupirli […]

Pubblica un Commento

Required fields are marked *

*
*

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: