Brotherhood, di Nicolo Donato, 2009

Non stiamo neanche a chiederci come mai il film vincitore della strombazzatissima Festa del Cinema di Roma esca nelle sale solo ai primi di luglio: praticamente un suicidio. Un peccato, perché Brotherhood, opera prima del regista danese di origini italiane Nicolo Donato, ha dei punti di interesse. La storia è quella di Lars, che viene invitato a concludere la sua carriera nell’esercito danese perché pare abbia fatto delle avances ai suoi sottoposti: il giovane incontra, a casa di amici, degli esponenti del partito neonazista danese. Sulle prime respinge i loro inviti, ma poi accetta di diventare membro dell’organizzazione. Durante il periodo di iniziazione, condivide una casa con Jimmy, tatuato e nazistissimo, con fratello nazi e problematico a carico. Tra i due nasce una storia d’amore che avrà, ovviamente, esiti tragici.

Donato è davvero bravo a raccontare l’orrenda quotidianità delle teste rasate: tra una riunione, un concerto nazirock e un pestaggio, entriamo nella vita di tutti i giorni di questo manipolo di sbandati, guidati però da borghesi calmi, raziocinanti e benestanti. Funziona anche bene la tematica omosessuale: giocando con la colonna sonora e osando con una plongèe sulla platea del concerto, il regista ci mostra come il culto del corpo di derivazione nazifascista ha degli evidenti tratti omosessuali: non è un caso, del resto, che le donne siano quasi completamente assenti dalla narrazione. Convince anche l’approccio omoerotico tra Jimmy e Lars: i due si amano con violenta passione, e l’imbarazzo che traspare dai due dopo la prima notte d’amore è ben reso dai due attori che interpretano i protagonisti. Il problema, e non è cosa da poco, affiora nella costruzione dei personaggi, in particolare di Lars.

Non si capisce bene il percorso del giovane ex-militare: prima reagisce con coraggio e violenza alle sparate dei nazi a casa di conoscenti, colpendo il loro capetto proprio per lo spirito e il carattere dimostrato. Nel giro di pochissimo va ad una festa in spiaggia e assiste al rogo di un fantoccio con le sembianze di una “puttana musulmana”. Infine fa domanda per entrare nel partito. Poi si rende conto che i nazi (e chi l’avrebbe detto) odiano gli omosessuali, ha qualche dubbio che poi esplicita, fino alla conclusione del film. Il punto è che non stiamo parlando di un personaggio secondario, ma di un carattere in primo piano, intorno al quale si snodano le azioni del film. Tutto appare troppo repentino e funzionale ai momenti citati sopra, in cui invece Donato mette cura nella messa in scena avendoli prima dotati di una solida base in fase di scrittura. Molto meglio delineato è il personaggio di Jimmy: la sua contraddizione continua è sempre a fior di pelle, in ogni sguardo e in ogni movimento. Si sente la sofferenza del giovane nazista, combattuto tra ideali che porta tatuati sulla pelle e una passione ancora più forte, ma proibita e distruttiva.

Tirando le somme, si tratta di un buon film, sia chiaro: una maggiore attenzione allo sviluppo dei personaggi sarebbe stata utile, tanto quanto lo è il vedere le gesta violente dei nazisti, riprese senza pudori e censure e quindi davvero impressionanti.

IMDB | Trailer

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