The Box, Richard Kelly, 2009

Povero Richard Kelly: dopo avere avuto successo con Donnie Darko (rilanciato nei cinema con lo slogan minimale “uno dei cento migliori film della storia del cinema”, risultato effettivamente raggiunto nella classifica di IMDB a colpi di televoto di Donna Kelly, Reginald Kelly, Susan Kelly, Kathy Ross in Kelly, eccetera), si è detto “Daje, ce la posso fare”, e ha tentato di ammorbare il mondo con due-tre ore di Southland Tales. Due-tre ore? Eh, sì, amici: perché Kelly ha fatto uscire a Cannes una versione e poi, subito dopo (probabilmente solo nel salotto della parente acquisita Kathy di cui sopra) il suo director’s cut. Notate bene: nessuno ha visto né una né l’altra versione. Un director’s cut, direte voi, subito dopo l’uscita del film? Ma quelli non escono anni dopo? Ecco il punto: Kelly, forse grazie alla classifica di IMDB, crede di essere un AUTORE, tutto maiuscolo, e si frega con le sue mani.

Con The Box era partito bene: siccome i Kellies probabilmente non gli facevano più credito, ha detto: “Sai che, io questo film lo prendo da un racconto di Matheson, uscito negli anni ’70 e portato sul piccolo schermo in una puntata anni ’80 di Ai confini della realtà. Vado sul sicuro. Poi mi sparo tutti i punti attore su Cameron Diaz e Frank Langella. Però, no, non resisto. Riscrivo tutta la seconda metà: il film dev’essere mio.” Ed ecco il patatrac. Già, perché il film per un po’ funziona: in fondo Donnie Darko inquietava, a volte con mezzucci, ma il suo risultato lo portava a casa. Anche nella prima metà scarsa di The Box le cose vanno bene: siamo nel 1976, famiglia americana madre-padre-figlio, con qualche problema economico, ma senza pietismi. Bussa alla porta lo sfiguratissimo Frank Langella che dice: “Signora, ecco una scatola con un pulsante sopra. Se lo preme vince un milione di dollari, però muore qualcuno che lei non conosce. Se no me la riprendo e tanti saluti.” Alla famiglia i soldi servono, quindi lei preme il pulsante e tutto va a scatafascio, nella vita dei protagonisti, ma anche nel film. Mi immagino Kelly a leggere e rileggere la sceneggiatura e a dirsi “No, troppo poco inquietante: spargiamo indizi a caso, gente stralunata, occhi spiritati, riferimenti agli alieni, colonne d’acqua che sono portali per un’altra dimensione… Ehi, però sono un autore: rallentiamo il tutto.” Potete immaginarvi da soli il risultato. Il sottotesto inteligentissimo e acuto di Matheson, che ha a che fare con questioni secondarie come l’arbitrio, l’avidità umana, il senso di comunità, la conoscenza dell’altro, viene ridotto a bignamino esistenzialista. Il ritmo strisciante si scontra con le bizzarrie messe in scena, mentre funzionava nell’incipit. E, soprattutto, non in maniera totale come in Southland Tales, Kelly perde il controllo, totalmente, della materia che sta girando. Il risultato è un’occasione mancata, anche dal punto di vista economico: gli incassi coprono il budget, e manco del tutto, e Kelly riesce nella missione di mandare in vacca il testo di uno dei più grandi narratori del ventesimo secolo.

Concludo, visto che siamo tutti agli sgoccioli, con una nota positiva: raramente ho visto al cinema ricostruzioni del dècor anni ’70 così convincenti nelle piccole cose. Però capite che se uno risce a concentrarsi sulla forma di uno spazzolone che compare per cinque minuti sullo schermo, forse c’è qualcosa che non va.

IMDB | Trailer

Annunci

Pubblica un Commento

Required fields are marked *

*
*

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: