Buried, Rodrigo Cortés, 2010

Esiste una verità in tutti i film basati su un assunto: che alla fine sono (quasi) tutti noiosi. Anche perché l’attenzione si trasferisce dalla narrato, dal visto, a colui che pone le regole, a colui che ha fatto lo sforzo di rimanere dietro i confini autoimposti (si veda la cinematografia di Lars Von Trier per capire di cosa parlo). Se il film diventa agonismo, allora a volte conviene guardare una gara di triathlon.

E’ comunque in questo spirito che uno va a vedere Buried, con la legittima domanda “ma come fa a fare un film di 90 minuti tutto in una bara?”. E, ve lo dico, non ci sono flashback o trucchetti del genere, è proprio lì, vedere uno che è in una bara, rinchiuso lì da dei terroristi, che con un cellulare telefona tutto il tempo e cerca di cavarsela.

In questo caso, a parte l’agonismo, c’è anche uno stimolo emotivo: difficilmente qualcuno potrebbe immaginare situazione più angosciosa, più terribile, dell’essere sepolto vivo. E uno potrebbe scordare l’agonismo per farsi coinvolgere dall’agonia di Ryan Reynolds. E invece questo non avviene: il più grande difetto è che la sfida sorpassa anche l’empatia con il personaggio, da cui non viene trasmesso nulla. Né ansia, né angoscia, né senso di soffocamento, né disperazione. Il film va a coincidere con l’esercizio, e anche se si possono ammirare alcune soluzioni narrative furbe o intelligenti, se qualche sorpresa e situazione surreale si trova, tutto non è al fine di raccontare o di fare vedere, ma di mantenere il film nella griglai di regole autoimpsote.

Per farla breve: sono molto più angoscianti i 10 minuti di Beatrix Kiddo inchiodata nella bara da Michael Madsen di tutti i 90 minuti di questo film. Ma semplicemente perché di lei ti importa qualcosa, mentre qui si vorrebbe che Ryan Reynolds volesse dire qualcosa per noi, ma è troppo “impegnato” a stare lì sotto per preoccuparsi di destare interesse o simpatia umana. Per essere interessante da altri punti di vista, tipo teorici, il film dovrebbe avere vincoli diversi rispetto a una semplice regola visivo narrativa. Invece qui si rimane semplicemente alla ginnastica.

Che lui stia in Iraq, che si trovi a sopprtare pressioni di ogni genere oltre all’interesse per la sua sopravvivenza, che lui sia in crisi co la famiglia, che venga licenziato, ce ne importa poco, perché nessuno di qeusti elementi prende significato in sé, o all’interno di una narrazione,ma solo perché permettono al gioco di continuare a correre sui suoi binari. Anche perché il gioco è il suo selling point,e tutti devono avare a che fare con esso: andiamo a vedere il film di quello seploto vivo

E obbliga anche chi ne scrive a no poter prescindere dall’assunto. E’ un film assolutista a suo modo, ma non in grado di reggere l’attenzione che pretende. Alla fine del gioco uno dice: ok, ci sei riuscito. ma allora? Oppure, per citare gago: bravo, ma basta

Trailer|IMDB

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3 Trackbacks

  1. […] la votazione si è chiusa a pari merito: quindi, in sessanta secondi, Francesco ha parlato di Buried e Tommy di Lo zio Boonmee che si ricorda delle sue vite precedenti. […]

  2. By Vitaminic – Lo zio sepolto on 20 ottobre 2010 at 15:17

    […] 90 minuti di un uomo che si sveglia in una bara. Sfida non riuscita, come ha detto Manu sul nostro blog, e noi non possiamo che essere […]

  3. […] Nolan – Il cigno nero, di Darren Aronofsky – Machete, di Robert Rodriguez ed Ethan Maniquis – Buried, di Rodrigo […]

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