Pietro, Daniele Gaglianone, 2010

Pietro è un trentenne, forse un po’ ritardato, di sicuro non inserito in alcun contesto della Torino periferica contemporanea che Gaglianone mette in scena. Come lavoro distribuisce volantini, ha un fratello tossicodipendente ai servizi di un altro sbandato, Nichinichi. Pietro ha come unici momenti di “gloria” le esibizioni che il fratello gli fa fare di fronte ai suoi amici: ma le umiliazioni continuano senza sosta.

La recensione del film, dopo il salto, è in forma di dialogo, perché Francesco e Paolo, partiti con l’idea altrettanto originale di scrivere un “Perché sì”, “Perché no”, non sapevano che parte prendere.

Francesco. Mi sembra che Gaglianone abbia speso moltissime energie sulla forma, più che sul contenuto del film: la messa in scena è controllatissima, mentre la storia che racconta scivola sempre più giù, negli abissi della sfiga…
Paolo. In linea di massima sono d’accordo, anche se con qualche dubbio sulla separazione forma/contenuto, ma ci siamo capiti… Mi sembra che questo tipo di contenuto funzioni nel film come una specie di “standard”, nel senso del jazz. Una trama tipica di certo cinema d’arte europeo sulla quale ricamare…
F. Sì, sono d’accordo: il tema è la vitaccia di Pietro, sulla quale Gaglianone costruisce delle improvvisazioni che, come nel jazz, sono controllate e studiate.
P. Sì, controllatissime e studiatissime… Ma improvvisa o sperimenta?
F. Forse sperimenta improvvisando… C’è un senso profondo nei fuochi fissi: è come se uno riuscisse a cogliere Pietro solo nel momento in cui il personaggio entra nello spazio a giusta distanza dalla macchina da presa: prima e dopo è irriconoscibile. Questo è uno dei modi che Gaglianone usa di più.
P. Sì, hai ragione, non l’avevo notato.
F. E non è un caso l’episodio che apre il film: un barbone, invisibile, dev’essere messo da Pietro dietro un vetro perché sia guardabile. Ed è la sorte che gli “tocca” alla fine.
P. Già, è vero, e il suono è gestito alla stessa maniera.
F. Il sonoro è costruito benissimo, sì. In particolare sono belle le commistioni tra rumori diegetici e colonna sonora.
P. A volte hai bisogno di “distanza” per capire se si tratta di rumore, di ambiente, di musica, come nelle scene del tram: è come se quello che senti dovesse essere messo a fuoco…
F. Sì, è impegnativo: è come se Gaglianone sfidasse lo spettatore. Dal punto di vista sperimentale, anche in un film che abbiamo così amato come Le quattro volte c’è un’attenzione al sonoro pazzesca: un capolavoro di missaggio e ripresa, ma lì c’è più storia, paradossalmente.
P. Per me il film di Frammartino è su un altro livello, però “Pietro” ha qualcosa in comune con “Le quattro volte”: è incredibilmente antropocentrico, non esiste senza la presenza umana che lo attraversa, tanto che (come il film di Frammartino) fai fatica a definirlo da un punto di vista della tipologia comunicativa: in alcuni tratti puoi scambiarlo per un documentario. In ogni caso è veramente ambiguo dal punto di vista della costruzione della finzione
F. Li accomunavo solo perché, insieme a “La bocca del lupo”, sono prodotti davvero diversi dalla produzione italiana in generale… Ma insomma, cos’è che non ci ha davvero convinto di “Pietro”? Hai citato, quando ne parlavamo, “La saga di Addolorato” di Elio e le storie tese, e adesso non riesco a non farmela venire in mente!
P. Sì, è una cosa che, senza riferimenti agli Elio, ha scritto anche Lietta Tornabuoni sull’Espresso. Ma dove va a parare il pessimismo infinito del film? Perché tutte queste sfighe?
F. Perché se no non c’è storia? Serve a tenere attaccato lo spettatore, visto che lo stile è talvolta difficile.
P. Un po’ sì, ma un po’ perché davvero pare una storia standard del cinema d’arte europeo che si porta dietro, come corollario, ambientazioni riconoscibili, visivamente forti e “seducenti” (quella periferia), relazioni tra personaggi riconoscibili (quell’immagine di famiglia), un certo tipo di discorso sociale, sottotraccia, ma evidente. Il rischio è che venga fuori una specie di Rosetta più Simple Jack più “La saga di Addolorato”
F. Già, i Dardenne vengono in mente, ma probabilmente per il tema “sfiga di periferia”, perché poi la manipolazione del materiale audiovisivo è agli antipodi, qua.
P. In che senso?
F. Nel senso che i Dardenne usano la vicinanza della camera a mano per farci stare attaccati ai personaggi, mentre Gaglianone cerca di farci letteralmente entrare in Pietro sfidando la distanza e la barriera del corpo.
P. Sì, ma c’è anche il tentativo di rendere un’esperienza del mondo simile a quella di Pietro e in questo mi pare che la semisoggettiva dei Dardenne qui abbia fatto scuola: noi guardiamo stando appena dietro Pietro, non proprio coi suoi occhi, ma vicino.
F. D’accordo, ma per i Dardenne la vicinanza si esprime con la vicinanza fisica, corporea, qui invece entriamo *nel* personaggio, soprattutto con il tipo di sonoro usato. Il punto è che non accade sempre: se no perché i fuori fuoco? Credo insomma che nei Dardenne ci sia una volontà di soggettività precisa, mentre in “Pietro” sia più disconitnua e, in questo caso, meno “preparata”, soprattutto dal punto di vista visivo, più che auditivo.
P. Sì, è vero anche questo: forse bisognerebbe vedere (e capire) un film dei Dardenne in lingua per esserne proprio sicuri, ma direi che hai ragione. E gli attori, che ne dici?
F. Complimenti al protagonista, Pietro Casella, e a Fabrizio Nicastro che interpreta Nichinichi: il fratello di Pietro, Francesco, è un po’ scarso. Ma mi dicevi che sono tutti e tre cabarettisti…
P. Così ho letto: anche la casa poi sarebbe quella in cui vivono davvero i tre… In ogni caso le performance, diciamo discontinue, dei tre attori principali secondo me contribuiscono un po’ a creare quei dubbi relativi alla trama.
F. Sì, hai ragione, sono discontinui: Francesco Lattarulo (Francesco) è scarso quando fa il tossico sotto effetto di eroina, ma non è male come “presentatore” dei numeri del fratello. Mi sembra invece convincente l’uso delle periferie torinesi, con questi immigrati di quarta generazione che tali rimangono, a partire dalla lingua. Ma insomma, la domanda alla quale stiamo tentando di sfuggire è: è buono o no, questo film? Stiamo facendo questa innovativissima recensione via Skype per evitare una critica classica, ma anche il “Perché sì”, “Perché no”…
P. Se uso l’aggettivo “interessante” rischio di essere radiato dal giro dei tuoi amici? Non so se è buono, direi che è “migliore” dei film italiani, anche ambiziosi, che solitamente si vedono, più curato in certi aspetti solitamente poco elaborati nei film di casa nostra, sonoro in primis. Ma, proprio volendo rompere, è poco coraggioso nel rifugiarsi in una mestizia tematica che in molti casi sembra veramente un pretesto, un’autocertificazione di serietà e di gravità.
F. Quindi, grossolanamente, ha dei problemi di trama, che sempre più spesso notiamo nei film italiani.
P. Sì, dopo un po’ lo sviluppo (se ce n’è uno) è un po’ prevedibile, ecco. Forse tu sei più indicato di me per fare qualche esempio delle sfighe che occorrono a Pietro…
F. Mah, più che altro è un cotè di sfiga: non ci sono eventi traumatici, ma un lento accumulo.
P. Una volta si sarebbe detto bozzettismo, la malattia infantile del realismo.
F. Però lo consigliamo, ci mancherebbe.
P. Straconsigliato.

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One Comment

  1. babidec
    Posted 30 agosto 2010 at 11:43 | Permalink | Rispondi

    allora bisogna recuperarlo prima che scompaia anche dall’unico spettacolo offerto al pubblico bolognese … grazie.

One Trackback

  1. […] che nel caso di Pietro, Paolo e Francesco questa volta non erano partiti neanche da un perché sì o un perché no: quello […]

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