Wristcutters – A love story (Goran Dukic, 2006)

In questo periodo va così, dopo qualche visione veneziana ci mettiamo a recuperare alcune vecchie passioni. Film orientali ma soprattutto Shannyn Sossamon, che ci ha un po’ ammorbato nel film di Monte Hellman facendo la finzione della finzione della finzione, ma noi un pochino le si perdona tutto. Perché ci sta estremamente simpatica. Ma proprio tanto.

Anche in questo film. Che uno potrebbe considerare parte del genere “sarebbe stato uno splendido corto, perché cazzo ti hanno dato i soldi per fare il lungometraggio?”. Ma in un mondo in cui viene fatto un film sulla storia d’Italia con come fil rouge le canzoni di Ligabue, tutto può succedere. E io, così, fossi in un giovane filmmaker invece di fare videocracy intervistando un bergamasco che sogna di andare al grande fratello, che alla fine ha una statura quasi commovente ed epica, andrei ad intervistare uno studente di scienze della comuncazione che crede veramente di estrarre un qualcosa di profondo e vero sull’Italia sulla base dei pensieri di uno che da 20 anni fa sempre la stessa cosa (ricorda qualcosa?), che canta, e andando a intervistare tutti i compagni della mozione Amedeo Nazzari. Che il pensiero, qui, non l’ha ammazzato la televisione o chi ci stava dietro, ma chi ha pensato di contrapporre alla capacità mitologica della televisione un pantheon di figurine ripulite, perbenino, importanti, togliendole dalla sotira per farle diventare spillette di cultura da appendere alla maglietta per farle vedere agli amici.

Sto uscendo dal tea. Ecco, Wristcutters anche se potrebbe sembrare, on è uno di quei film. L’idea è interessante. I suicidi quando muoiono non vanno all’inferno, non vanno in paradiso, ma vanno in un posto che è uguale a qui, solo leggermente più triste, leggermente più rovinato, dove non si sorride, non ci sono stelle e l’unica cassetta che ti rimane da ascoltare in macchinaè quella dei Gogol Bordello (il che potrebbe suggerire una malvagità divertita del creatore).

Un mondo che è come quello nostro, una specie di noia senza fine da cui non si può scappare però, e dove non c’è assolutamente nulla da fare, nulla che abbia uno scopo. Zia (sì, si chiama proprio così) uno scopo, anche se finito nel girone della noia lo ha trovato. Lui si è suicidato in quanto mollato, ma pare che pure la sua ex ragazza, dopo il suo funerale, si sia suicidata, e quindi si mette a cercarla. Assieme all’amico Erik e a Mikal (la nostra Shannyn) che sta cercando “quelli che comandano” perché vuole andarsene perché sostiene di essere lì per sbaglio.

Quello che segue, poi, è un road movie dove a un certo punto incontrano pure Tom Waits, molto semplice, senza scatti di genialità ma anche senza fastidi (oddio, la risoluzione finale è davvero un po’ incasinata e appiccicata, ma siccome siamo buoni tranne che con gli ideologi dei rocker di Correggio gliela perdoniamo a questo film), con pochi mezzi e con la capacità di fartelo godere come se ti stessi guardando una teen movie. Alla fine ti trovi a vedere una parodia emo di Mad Max, e sei abbastanza contento. O sei scemo totalmente, o il film è carino. Tertium non datur.

Trailer|IMDB

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One Comment

  1. Posted 19 novembre 2010 at 21:05 | Permalink | Rispondi

    Io opto per la seconda. Il film è carino.

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