Survival of the Dead – L’isola dei sopravvissuti, George A. Romero, 2009

C’è stato un momento, mea culpa, in cui ho perso il filo su quello che stesse facendo George Romero, uno dei miei beniamini. Perché? Forse anche perché si sentiva parlare di suoi film che poi non finivano in sala, o ci stavano un martedì dalle 2115 alle 23 e basta. Poi, però, mi sono pentito, ho chiesto perdono per i miei peccati e ho recuperato gli ultimi titoli. Diciamolo subito: sono ottimi. La terra dei morti viventi (Land of the Dead) del 2005, riesce miracolosamente a coniugare il sintagma “film buono” con “Asia Argento”; Le cronache dei morti viventi (Diary of the Dead) del 2007 si magna in un boccone qualche chilo di teorizzazione sui nuovi media al cinema; e infine, uscito direttamente in dvd nello scorso luglio, ecco Survival of the Dead, stavolta tradotto senza “morti viventi” nel titolo.

Il film è ambientato in un’isoletta al largo del Delaware: un territorio facilmente controllabile e conteso tra due famiglie. Una vorrebbe sterminare tutti gli zombi, al volo. L’altra, invece, vorrebbe aspettare, tenerli come bestiame in recinti e gabbie, in attesa di una cura e del perdono di Dio. La seconda famiglia vince sulla prima, che però vuole vendicarsi: a questa si unisce un gruppo di militari e paramilitari già visti in Le cronache dei morti viventi: una sorta di meccanismo di spin-off. Ma i morti viventi, direte voi, dove sono? I morti viventi mordono, ululano, vengono pescati con una canna da pesca (scena memorabile), ma soprattutto esplodono, vengono colpiti, ri-muoiono. Ma, in qualche modo, rimangono sullo sfondo. Romero voleva fare un western, o comunque avvicinarsi a quel genere il più possibile. Ma sapeva che senza zombi, col cavolo che trovava i soldi per il film. Quindi, ecco gli zombi, che hanno però un valore simile alle mucche nei film della Grande Prateria, e non a caso. Sto ovviamente esagerando: sono comunque gli attacchi, i contagi, le pistolettate risolutive nel cranio che punteggiano il film. Ma, come spesso accade nei film di Romero, il sottotesto politico è assai presente.

Se però nei film precedenti il discorso “socialista” di Romero era quasi scritto in forma di manifesto (Morandini ha definito Land of the Dead il film americano più politico degli ultimi anni, e ha ragione), qui il centro della riflessione del regista è il politico nel privato, per usare espressioni un po’ vetuste. Sono gli scontri tra famiglie, su un’isola, in una manciata di metri quadri a catalizzare la storia raccontata: non c’è la città-mondo di Land né la strada-mondo di Diary. Questione di confini, di territori, di pascoli: ecco, torniamo al western. Tutto sommato, però, Survival of the Dead non è un film di zombi che vuole essere altro, né una rivisitazione di genere: prima di tutto è un film di Romero, un autore a cui sono dati sempre meno mezzi e che ha sempre più difficoltà a produrre e, soprattutto, distruibuire i suoi film. Il che è un peccato, perché il caro vecchio George, nonostante alcuni passi falsi, rimane uno attaccato al modo in cui faceva cinema quando ha iniziato, più di quarant’anni fa: che sia questa mentalità che gli procuri l’ostracismo di cui è vittima?

IMDB | Trailer

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