Maschi contro femmine, Fausto Brizzi, 2010

Uno dei peccati che un giorno forse dovrò scontare, temo, è la mia simpatia per Fausto Brizzi. Sì, lo so che ha scritto molti cinepanettoni, sì lo so che ha fatto Ex, conosco tutto questo, dati cause pretesti e tutto il resto.

Quindi, data questa simpatia che per molti risulterà immotivata se non tragicamente colpevole, la prenderò alla larghissima – come quelli che hanno poco da dire nel merito – per giungere alla non innovativa conclusione che Maschi contro femmine è un film purtroppo mediocre, che funziona per un’oretta ma poi perde per strada le cose buone che aveva trovato.

Innanzitutto, giustifichiamo la simpatia.

Notte prima degli esami è stato un tentativo interessante di approccio “industriale” al genere, e poi in sé funzionava: ritmo, attori, gag, narrazione. Ha aperto il panorama italiano, diviso tra Ozpetek e cinepanettoni, alla teen comedy (ok, fatta da 27enni, però siamo in Italia. Ok, non ho detto al torture porn) che ha funzionato per un paio di anni. Sono altresì consapevole che non sono tanti un paio d’anni, e che il merito del filone si fonde fortemente con il Moccismo, di cui qualcuno un giorno dovrà scrivere come fenomeno potente di questi anni 10, ma è qualcosina.

Come è qualcosa il suo tentativo di creare uno “star system italiano”. Lodevole come tentativo, anche se non teneva conto della rapidità dell’evoluzione della carriera in Italia da Giovane Promessa a Solito Stronzo ( Cito anche Flaiano, le fiamme dell’inferno non bastano più per me) che è di tre anni massimo: ricordate Accorsi? Scamarcio? Capotondi? Crescentini? Little Muccino?

Credo inoltre che abbia un certo fiuto per la commedia, anche se poi magari non le porta del tutto a termine. Insomma, una serie di buone intenzioni un po’ andate a ramengo, però non so, mi sta simpatico. Più lui dei suoi film, probabilmente. Fingendo di guardare nella palla di vetro, penso che Brizzi un giorno si troverà perfettamente a proprio agio come produttore, o come direttore artistico di una società di produzione, con una squadra pronta a sfruttare al meglio le sue intuizioni, e il suo coordinamento.

Indubitabilmente comunque, in un futuro, quando il cinema dei telefonini bianchi verrà utilizzato come obiettivo critico da massacrare, il povero Brizzi si prenderà probabilmente tanti cazzotti in faccia più di quanto faccia adesso e, in minore, potrei prenderli anche io con questa mia scombiccherata difesa d’ufficio, ma tant’è.

Però continuo a vederci un’ombra di intuizione acuta. Magari malvagia nel disegno alto delle cose, ma acuta. Se è vero che siamo in un paese bloccato negli e ossessionato dagli anni 80 – leggasi: premier, tendenze farlocche spacciate al popolo e quindi tendenze effettive, letteratura reducistica sugli anni 70 la quale è un fenomeno prettamente anni 80, ma qui ci dilunghiamo troppo – allora ha senso rifarsi a quei modelli: si prova la teen comedy, si fanno i remake più o meno letterali di Bella in Rosa, si prova a rifare il Brat Pack a TorVajanica. Parlerei quasi di hybris, se comunque ci si rende conto che tutto ciò si sta riprovando a farlo in Italia e il modello era comunque segnato in sé dal fallimento, pure in paesi dalla cultura pop e dalla prassi industriale più forti del nostro.

In ogni caso, ad un certo punto si arriva a fare i conti con la realtà, che nel caso di Maschi contro femmine si presenta come incrocio di 3 nemesi.

1) la nemesi storicistica: Prima o poi arriva la fine degli anni 80, e se altri la ripuliscono con i Nirvana, e noi la guardiamo con affetto e nostalgia assieme a Raf, guardando a quel periodo come se guardassimo un video di un gattino che apre la porta di casa. Chiedo venia per la semplificazione.

2) la nemesi cinematografica: A un certo punto della carriera, anche presto, Schwarzy va alle elementari, Verdone si fa ammanettare al letto da una russa dicendo “ma che stai a ffà a zozza”, tu ti ritrovi a fare uno dei remake di Manuale d’amore (alias “Il libro delle malvagità di Sauron a Cinecittà” alias “La sintesi perfetta della commedia dei telefonini bianchi, che riassume tutto il peggio di ciò che viene prima e lo risputa sotto altra forma più potente”. Un gremlin del cinema brutto insomma.). Come se risuonasse lavoce del  produttore che ti dice: “non hai un attore forte, non hai una storia forte, andiamo per accumulazione che perlomeno li prendiamo tutti, questi gonzi di spettatori”.

3) la nemesi italiana chiamata anche AlGioGiavite che è uno stato influenzale che colpisce nella penisola italica attaccando organismi deboli e con poche idee, ma confuse. L’AlGioGiavite causa, dopo una breve esplosione di ilarità e felicità e energia, una caduta in un baratro, completamente senza forze né energie mentali. Micidiale dell’AlGioGiavite la perdita qualsiasi capacità di innovazione o di scrivere una gag diversa dalle precedenti 14000 tutte uguali tra loro, un po’ per stanchezza e coglioni pieni, un po’ per paura di perdere il proprio pubblico abitudinario come dei paracarri inchiodati nel piombo su una roccia di granito. O perlomeno creduti così. Ma soprattutto, l’AlGioGiavite non solo causa ripetizione molesta, ma funesta la stessa ripetitività con la peggior malattia che possa colpire una commedia nel mondo: il GARBO.

Un giorno di questi qualcuno dovrà spiegare come il GARBO sia diventato un pregio per una commedia. Forse la prima formulazione la si deve alla povera Natalia Aspesi che, circondata da giovani turchi citanti Alvaro Vitali, richiamava a gran voce il garbo dei tempi andati? Forse qualche fustigatore dei costumi, travolto dal decadimento dei tempi tra cinepanettoni e grandi fratelli, avrà salutato per primo “finalmente un’opera GARBATA?” O forse il tragico fraintendimento speranzoso per cui comportandosi sempre bene non si patirà male ha generato il GARBO come caratteristica della buona commedia?

Non so di chi sia la colpa, io la darei a Veltroni – e in questo caso ne avrei tutte le ragioni, ma ho la lucidità intellettuale di comprendere che per me, tra Veltroni e l’Inter, si trovano agevolmente le cause del global warming e delle guerre Indo pakistane – ma smettiamo di chiederci di chi è la colpa e mettiamo dei punti fermi. Che sia chiaro una volta per tutte: una commedia in cui non ci si infila un turboreattore nel culo non è immediatamente pregevole. Una gag in cui si evita di fare doppi sensi su forcone, erbetta, pitone, plutone, pelina, gattina, rombo di tuono, trenino non è immediatamente una buona gag. Un film comico in cui mancano equivoci su chi tromba chi, in che posizione, quanto è cesso/cessa quella che si tromba, trombate interrotte da puzzette, da “cielo mio marito”! E ha una clava in mano” “Cielo mia moglie! E ha una padella in mano” non è per questa stessa ragione degno di essere visto.

Il GARBO è una delle pesti che affliggono la commedia di questo paese divisa tra film con puzzette che non fanno ridere (ma ci sono le puzzette) e film senza puzzette che non fanno ridere (ma che si beano del loro garbo). E questa dicotomia potete anche applicarla a livello di spirito del popolo, se volete, funziona sempre.

Non voglio mettermi a elencare tutte le qualità che dovrebbe avere una commedia: ben scritta, coraggiosa, capace di osare (no, non basta dire minchia) e di ridicolizzare l’esistente (no, non basta dire “Berlusconi pelato”), e tanto altro. L’identikit di nessuna di queste assomiglia anche vagamente al GARBO. Che non è condizione né necessaria, né sufficiente, ma semplicemente accessoria. ACCESSORIA.

Se ho menato il can per l’aia fino ad adesso è per dire che Maschi contro femmine è un semplice epifenomeno di tutto questo, insomma della commedia di questo tempo. Cast più tanto che grande, 4 storie di eguale spazio che prendono tutte le fasce di pubblico potenziali, Vaporidis Felberbaum 20/25, Cortellesi Preziosi 30/35, De Luigi Wurth 40/45, Cederna/Signoris 45 e oltre. Nessuna delle storie reggerebbe un film, come in Manuale d’amore (ossia Lo Zolfo emana da Cinecittà) si prendono tic giornalisticamente tipici di quelle età e si cuce addosso una storiella. Inoltre, tanto ma tanto GARBO.

Infatti, bisogna ammettere che per una buona mezz’ora, forse un’ora, qualche risata c’è. Le partite di risiko, qualche scambio cortellesi preziosi sono cose buone. Il fatto che funzionino non è dovuto a una formula magica, ma semplicemente al conflitto tra i personaggi, c’è almeno un minimo di cattiveria che si manifesta. Quando tutto si incammina sui binari del lieto fine, e lo fa per un’ora buona il film perde di interesse e si perde in rivoli poco interessanti con balzane idee di sceneggiatura, come mandare la Cortellesi Preziosi e Ruffini su una barca di Greenpeace che combatte le baleniere, e spunti poetici di cui francamente non se ne sentiva il bisogno, come Cederna che parla della fotografia alla Signoris per sedurla.

Non che ci si potesse aspettare forse qualcosa di diverso, ma alla fine una puntina di delusione si fa sentire sulla punta della lingua. Non che ci si aspettasse A qualcuno piace caldo, ma perlomeno un po’ di coraggio in più rispetto a modelli ormai codificati. L’errore principale è nella struttura narrativa, che sembra ad un certo punto ignorare una regola semplice riguardo al lieto fine. Se uno ce lo vuole mettere, ce lo può mettere, anche in tutte le salse. e il pubblico deve inconsciamente sapere che tutto andrà a buon fine. Ma non deve saperlo narrativamente. Per quanto artificioso, ci deve essere la finta suspense del “come andrà a finire? Vivranno felici e contenti?”, e dobbiamo risolvere questo enigma a una sola soluzione solo nei 5 minuti finali. Forse nei dieci. Prima ci devono essere ancora ostacoli e conflitti. Invece in Maschi contro femmine, passata l’ora di film, salgono tutti sul treno dei desideri destinazione lieto fine, e tutto quello che succede altro non è che correre su un autostrada lunga e diritta verso il lieto fine.  Senza un paesaggio, senza una curva, senza un conflitto. E quindi una seconda parte senza alcuna ragione di interesse.

Trailer|IMDB

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6 Comments

  1. qzk
    Posted 28 ottobre 2010 at 15:16 | Permalink | Rispondi

    Eh, ma che gran post.

  2. Posted 28 ottobre 2010 at 18:22 | Permalink | Rispondi

    Applausi.

    Mi prostro al tuo cospetto.

  3. Posted 29 ottobre 2010 at 19:54 | Permalink | Rispondi

    Oh! Un post di cinema in sala che parla di cinema con ampio respiro! Chapeau!

  4. Posted 29 ottobre 2010 at 22:36 | Permalink | Rispondi

    Quello di brillante promessa/solito stronzo/venerato maestro è Arbasino, non Flaiano.

    Per il resto, ottimo post. :)

    • franco manobrulla
      Posted 10 marzo 2011 at 11:36 | Permalink | Rispondi

      potresti indicare precisamente da dove è tratta la frase di Arbasino? Grazie

  5. manu
    Posted 29 ottobre 2010 at 23:53 | Permalink | Rispondi

    Chiedo venia per l’attribuzione errata, mi cospargo il capo di cenere
    Domani correggerò.
    Grazie per i complimenti.

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