Uomini di Dio, Xavier Beauvois, 2010

Una certa tendenza del cinema francese è non solo quella di sfornare giovani talenti, ma spesso anche quella di sopravvalutarli immotivatamente. È quello che ho sempre pensato a proposito di Xavier Beauvois, attore e regista adorato dai Cahiers, vincitore in giovine età del Premio della Giuria al Festival di Cannes con la sua opera seconda N’oublie pas que tu vas mourir, pretenzioso tentativo di incrociare atteggiamento maudit, sieropositività, eccessi e Guerra nei Balcani citando addirittura Lord Byron. Bah. Tornando a noi, sorprende sapere che tre milioni di spettatori transalpini siano accorsi a vedere la storia vera dei sette monaci trappisti francesi del Monastero di Tibhirine, in Algeria, rapiti dal GIA (Gruppo Islamico Armato) nel marzo 1996, le cui teste vennero ritrovate due mesi dopo,  senza che si sia saputo nulla dei corpi né di chi furono realmente i responsabili, se gli stessi sequestratori o l’esercito algerino. Ma a sorprendere ancor di più è il fatto che a girare un film del genere, che fa dell’antispettacolarità e del pudore il suo elemento distintivo, senza nessuna concessione allo spettatore, sia proprio l’ormai-quarantenne-Beauvois, esponente di spicco di quel cinema nombriliste, ombelicale, rivolto narcisisticamente solo al proprio ego, colui che con sfacciataggine, nei suoi film precedenti, ben poco risparmiava al solito povero spettatore, mostrandogli di tutto.

Quello che dovremmo ormai chiamare il maturo-Beauvois mette in scena uno scontro religioso e culturale che ha nello stile sobrio e rigoroso, quasi austero, il suo punto di forza, lontano dal sensazionalismo che una vicenda del genere potrebbe suggerire, ripercorrendo i mesi che precedono il fatto di sangue, senza peraltro mostrarcelo. Il martirio annunciato della piccola comunità religiosa, perfettamente integrata e in armonia con la popolazione circostante, viene raccontato sposando il punto di vista dei monaci, attraverso lo scandire di rituali, funzioni liturgiche, preghiera, lavoro nei campi, meditazione e silenzi, in forte contrapposizione col contesto sociale e politico ampio e complesso che ribolle al di fuori delle mura del monastero. Una quotidianità su cui si addensano lentamente, per mezzo di piccoli segnali spesso fuoricampo, le minacce e le tensioni degli accadimenti storici, di una ragione di stato posta di fronte a una guerra civile che semina vittime indiscriminatamente. E qui risiede la grandezza del film.

Senza esprimere giudizi ma riuscendo, anzi, a mantenere uno sguardo obiettivo, il liberale-Beauvois ci parla di umanità, di persone che sacrificano la propria vita per ciò in cui credono, con coerenza o forse con cocciutaggine. Non sappiamo chi siano gli uomini del titolo, se cristiani o musulmani, né chi sia Dio, se dell’una o dell’altra parte, e qui il titolo italiano ancora una volta snatura l’uso significativo del plurale e il laicismo contenuto dell’originale Des Hommes et des Dieux, quel “Uomini e Dei” che un po’ richiama lo Steinbeck di Uomini e Topi. Sappiamo solo che sono uomini, con le loro fragilità, i loro tentennamenti, che riflettono e cercano di comprendere un mondo sfuggente. Una grande umanità che traspare e viene fuori con veemenza e commozione pur nell’asciuttezza della messinscena, asservita da un cast superbo dove spiccano, tra gli altri, Lambert Wilson e Michael Lonsdale. Insomma, un emozionante film di gesti e sguardi, con connotati paradossalmente da western, che ha ancora il coraggio di evocare, cosa ormai rara al giorno d’oggi, grazie a un linguaggio cinematografico purissimo e un grande senso dell’inquadratura. E con una, secondo me magistrale, sequenza in cui l’ambizione dell’ex-enfant-prodige-Beauvois trapela di prepotenza: quell’ultima cena dove la macchina da presa indugia sui volti in primissimo piano dei personaggi all’ascolto de Il Lago dei Cigni di Tchaikovsky. Una sequenza dove il poi-non-tanto-umile-Beauvois osa richiamare maestri tipo Dreyer, Bresson e Pasolini. Il problema è che in fondo ci riesce.

IMDB | Trailer

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