L’illusionista, Sylvain Chomet, 2010

Quando nel 2003 era uscito Appuntamento a Belleville, eravamo rimasti tutti estasiati dal talento di Sylvain Chomet: rimane, a mio modesto avviso, uno dei migliori film degli ultimi anni, solo un po’ viziato da un uso del digitale non proprio perfetto, ma si tratta davvero di piccolezze rispetto a un capolavoro vero e proprio. Ho letto da qualche parte che Chomet, dopo il successo di quel film, era stato risucchiato da qualche grossa casa statunitense: dopo un po’, però, ha mollato il progetto per adattare una storia in forma di romanzo breve, come dice Chomet stesso in questa bella intervista, di Jacques Tati. Nasce così L’illusionista, che racconta di un prestigiatore alla fine degli anni ’50, alla ricerca di un lavoro tra Francia e Gran Bretagna, con una ragazzina che lo segue.

La scuola di Chomet è l’animazione classica di alcuni film Disney dell’epoca in cui è ambientato L’illusionista: un tratto elegante e leggermente caricaturale al tempo stesso che richiama classici come La carica dei 101 e Gli Aristogatti, con intuizioni bellissime su personaggi secondari e ambientazioni, come già Appuntamento a Belleville aveva dimostrato. Il film del 2003 aveva una parte musicale assai importante: in questo caso Chomet fa tutto da solo, non chiama più Benoît Charest per scrivere la colonna sonora, ma ci pensa lui, unendola a un parlato che smozzica frasette in francese e inglese, senza che siano mai del tutto comprensibili o incomprensibili. Il tutto è estremamente funzionale al film, che vuole giocare su valori e modi di espressioni universali, à la Chaplin o, appunto, richiamando Tati anche nelle fattezze del protagonista (che a un certo punto va a vedere Mon oncle).

Però… Eh, c’è un però: la curiosità che resta è cosa sia rimasto di Tati. I movimenti di mondo di deleuziana memoria, le costruzioni dell’inquadratura, le gag simultanee, la dinamicità dell’autore francese dove sono? Non che sia obbligatorio aspettarsi queste caratteristiche nella messa in scena traendo una sceneggiatura da un suo scritto originale, ma gran parte della peculiarità di Tati sta in quello, più che in trame inventive o caratterizzazioni inconfondibili. Rimane allora il dubbio che, pur confezionando un buon film, Chomet abbia preso solo la superficie del materiale di partenza, una storiella (come la maggior parte delle trame dei film di Tati) che però rimane tale, e che non riesce ad avere una reale forza da tutto ciò che viene costruito a partire dallo script del film. Non mancano le sequenze divertenti, così come le scene toccanti e le trovate geniali, ma forse si poteva osare di più. Eccessiva sicurezza nel nume tutelare? Convinzione che bastassero la leggerezza della trama e le eccellenti capacità grafiche e di animazione del regista per creare un nuovo capolavoro? L’illusionista è un film da vedere, intendiamoci: ma il confronto con quello che avrebbe potuto essere o, più concretamente, con le capacità dimostrate in Belleville, ahinoi, non regge.

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4 Comments

  1. Posted 2 novembre 2010 at 19:51 | Permalink | Rispondi

    Sinceramente non capisco la critica…è un film di Chomet, non vedo perché dovrebbe essere un film di Tati…
    io ne ho scritto qui:
    http://www.invenzionesenzafuturo.splinder.com/post/23534347/lillusionniste-2010-sylvain-chomet-we-dont-need-no-manifesto-programmatico

    • Francesco
      Posted 2 novembre 2010 at 22:54 | Permalink | Rispondi

      Lo sappiamo che è un film di Chomet. E’ un film di Chomet tratto da una sceneggiatura di Tati.
      Rispetto a Belleville ha uno script molto meno solido.
      Lo script è di Tati.
      Tati aveva trame poco fitte alla base dei suoi capolavori: era tutta una questione di messa in scena e costruzione dell’inquadratura.
      Ergo, Chomet si è “accontentato” di trarre un film da una sceneggiatura di Tati, che però non basta per fare un film solido, à la Tati o meno.

      • Posted 2 novembre 2010 at 23:17 | Permalink

        non è che voglio essere polemico a tutti costi, sia chiaro…
        ma se il film stesse a metà tra Tati e Chomet (che non vuol dire molto, dato che ha fatto solo due film)? e fosse ugualmente riuscito? personalmente l’ho trovato più intenso di Belleville, proprio per il suo concentrarsi su elementi di sceneggiatura minimi, senza doversi perdere dietro a grosse evoluzioni della trama…
        concentrazione contro estensione: rendono Belleville e L’illusionista due film differenti

  2. Posted 3 novembre 2010 at 00:45 | Permalink | Rispondi

    Concordo con Francesco,
    L’illusionista non e’ un brutto film, ma la sensazione che ho avuto uscendo di sala era proprio quella di essere dinnanzi a una storiella: carina, triste, nostalgica ma comunque una storiella. Non e’ tanto quanto Tati o meno vi si possa riscontrare – sicuramente Tati aveva la capacita’ di raccontare “storielle” e a Chomet questa sembra mancare. Il punto sta proprio nel fatto che e’ impossibile secondo me non pensare a Belleville. Lo e’ non solo perche’ e’ l’unico altro film con cui possiamo compararlo, ma piu’ che altro in quanto i tratti dei disegni, lo stile dell’animazione e’ simile a quello del suo primo film (in particolar modo se pensiamo alla sequenza nel borgo scozzese). E come dice Francesco il confronto non regge.
    Insomma tutto questo discorso per ribadire che: concordo!

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