Registi francesi, carburatori bolognesi

A me Potiche, il nuovo film di Ozon, ha preso molto, ma non saprei spiegare perché. Allora non ci provo nemmeno, la prendo alla larga, mi arrampico sullo specchio e tento la strada dell’oggettività. Qui e qui, in ogni caso, ci sono delle recensioni positive.
Nel nuovo film di Ozon c’è un pezzo di Bologna. La città che ha dato i natali a secondavisione, infatti è anche la città della Weber (oggi Magneti Marelli – Gruppo Fiat), fabbrica di carburatori per auto, “la più grande del mondo”. In Potiche la protagonista eponima, la bella statuina Suzanne Pujol (Catherine Deneuve) guida una Autobianchi A112 Abarth, prima serie (direi, a giudicare dalla posizione dei faretti anteriori). La A112 Abarth montava carburatori a doppio corpo Weber DMTR 32 (dove 32 è la misura in millimetri del diffusore). La Weber li costruiva a 300 metri in linea d’aria dallo studio radiofonico da cui andiamo in onda ogni martedì sera.

Bene, e chi se ne frega? Nessuno ovviamente. Però, partendo dai Weber DMTR 32, vorrei provare a dire una cosa su Ozon, gli anni Settanta e l’uso del décor. Secondo me Ozon ha qualcosa di diverso rispetto ad altri registi nostalgici, quelli che amano mettere in scena il passato attraverso le immagini e gli oggetti, qualcosa che ha a che fare anche con quel carburatore. Provo a spiegarmi con un po’ di grossolana tassonomia.
Ci sono modi diversi di intendere il passato e di ricostruirlo per immagini. Ci sono film accumulatori, in cui il tempo che fu è reso come somma di oggetti e in cui la ridondanza del décor è garanzia della fedeltà della ricostruzione. Un mio amico diceva che in certe serie tv italiane ambientate negli anni Sessanta, tipo Raccontami, c’è sempre qualcuno sullo sfondo che pigia sul pedale dello starter per accendere una Lambretta (o un Motom, o un Corsarino). L’idea di base è semplice: a forza di sommare indizi degli anni Sessanta, prelevati dal giusto paradigma, prima o poi si creerà un’immagine degli anni Sessanta. Ci si può scherzare sopra, ma più o meno certi film di Almodovar, Bogdanovich, Visconti o Zeffirelli (in ordine alfabetico) funzionano alla stessa maniera.
Ci sono poi registi e film feticisti, in cui non è la somma a essere significativa, ma è il singolo pezzo (vestiario, arredamento, mezzo di locomozione), magari strappato con la forza dal contesto, che scatena le passioni e situa le vicende. Qui l’esempio che mi viene più facile è Wong Kar-wai, quello di In the Mood For Love e dell’episodio La mano, per capirci. Ma anche, perché no, la Gran Torino di Clint Eastwood, che, alla faccia di ogni presunta classicità, non serve certo per spostarsi in città.
Ecco, Ozon secondo me non è né accumulatore né feticista nel suo rapporto con la nostalgia e col passato. Non saprei come definirlo, forse costruttivista, se sapessi con esattezza cosa significa. Ci provo. Nei film di Ozon i brandelli di passato non sono oggetto di desiderio, non sono sfondo più o meno curato, ma sono come centri attorno ai quali si aggregano altri oggetti, altri abiti, altri dettagli. Si parte spesso da una cosa ben identificabile (la A112, la tuta Adidas, il telefono con la cornetta pelosa), poi in funzione di questa si costruisce un mondo, o meglio: un’architettura che sostiene il mondo che si mette in scena. Il dettaglio infatti sparisce, ritorna, sparisce di nuovo, non è lì (solo) per far sorridere o per dire: “Ti ricordi?”; è lì come elemento centrale di un telaio.
Questa che fa Ozon, secondo me, è una cosa molto anni Settanta e molto europea, è così che si progettavano prodotti industriali a partire da un elemento modulabile da valorizzare. L’industria motociclistica italiana ci ha campato per un decennio così, ma non faccio altri esempi se no i colleghi di secondavisione mi sparano. Il punto è che questo modo di fare film (e motociclette), non so spiegare per quale motivo, mi piace e mi pare che funzioni, anche quando il carburatore c’è ma non si vede.

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One Comment

  1. manuel
    Posted 17 novembre 2010 at 11:49 | Permalink | Rispondi

    i like.

2 Trackbacks

  1. By Vitaminic – Maschi, femmine e delinquenti on 10 novembre 2010 at 16:15

    […] Il primo film in scaletta è l’ultima fatica di François Ozon: si intitola Potiche – La bella statuina, e vede nel cast Catherine Deneuve, Fabrice Luchini e Gerard Depardieu. Tutti hanno letto questo film in chiave politica, ma forse il modo migliore per apprezzare questa divertente trasposizione da una commedia teatrale è di evitare quella prospettiva. La redazione, con qualche distinguo, approva e consiglia e ne ha scritto anche sul blog. […]

  2. […] di testa con grafiche molto anni sessanta. Viene in mente, a descrivere così questa pellicola, l’ultimo film di Ozon ma in realtà ci troviamo d’innanzi a qualcosa di diverso e probabilmente più […]

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