Noi credevamo, Mario Martone, 2010

Raccontare cinquant’anni di storia italiana risorgimentale in tre ore circa: basterebbe l’intento di affrontare seriamente un progetto cinematografico del genere per fare i complimenti a Mario Martone. E invece Martone il film l’ha anche girato, e bene: grazie a capitali italiani e francesi, il regista napoletano non si è risparmiato. Ha investito molto in scenografie e costumi, ha ricostruito alcuni ambienti alla perfezione. E proprio dagli ambienti partiamo: già, perché Noi credevamo è innanzitutto un film di interni, di stanze, case, prigioni, salotti, aule parlamentari. Sono tutti ambienti che, per natura o per come vengono raffigurati, non sono quasi mai intesi come luoghi in cui si prepara un’azione esterna, ma come luoghi in cui ci si ritira dopo un fallimento, sia questo l’arresto, l’esilio, un appuntamento mancato. Nel disordinato e fiacco roteare delle manifestazioni per i 150 dell’Unità di Italia, Martone narra proprio i fallimenti intorno a quelle sorti magnifiche e gloriose il cui percorso è punteggiato da date ed eventi che abbiamo imparato a memoria a scuola. Ma per ogni battaglia vinta ce ne sono tante perse, per ogni diritto conquistato che ne sono tanti negati. E’ per sottrazione che Martone ci racconta il Risorgimento, prendendo come punto di vista quello di tre uomini che nel 1828 sono testimoni oculari di uno dei tanti momenti di repressione violenta che hanno caratterizzato la storia della penisola. Da questo episodio comincia la lunga narrazione del film, che dai moti carbonari ci porterà fino all’Unità e oltre.

In molti hanno riportato il lavoro di Martone a classici “storici” italiani, da Allonsanfan a Novecento: in realtà, sebbene anche nel caso di Noi credevamo il punto di vista non è di quei personaggi-che-hanno-fatto-la-storia, il film non ha timore di mostrarci, insieme ai rivoluzionari protagonisti, anche alcuni dei grandi nomi dell’epoca, da Crispi a Mazzini. La Storia non rimane solamente sullo sfondo, sebbene non vengano esposte a mo’ di Bignami le tappe salienti del lento e accidentato processo di unificazione. E’ il punto di vista ad essere realmente dominante: è un’ottica dal basso, un trucco prospettico, che fa sì che i “grandi personaggi” siano mostrati sullo schermo davvero come li avrebbero potuti vedere i protagonisti del film. Il Mazzini di Servillo, soprattutto, è perennemente tormentato e, come in effetti fu, sempre lontano dal centro dell’azione, avendo vissuto gran parte della sua vita in esilio. E’ un Mazzini che, più che essere “terrorista”, come molti giornali hanno scritto, ci appare come un personaggio tra l’impotente e il visionario, che ha necessariamente le notizie in ritardo, che tenta, fomenta, prova, ma che infine ottiene assai poco. Non urla frasi storiche e scolpite nel marmo: per la maggior parte delle volte è triste e deluso.

Non c’è solamente l’ormai onnipresente Toni Servillo, nel film: tra Renato Carpentieri e Andrea Bosca, tra Valerio Binasco e Michele Riondino, Martone raduna nel cast una marea di attori giovani e vecchi, per lo più provenienti dal teatro e dalla televisione. Perché, allora, tra tutti questi usare come protagonista proprio Luigi Lo Cascio, sicuramente tra i meno dotati del panorama attoriale italiano? Forse questa scelta è l’unico scivolamento “didattico” in un film che si mantiene, come dicevamo, fieramente distante da riduzioni e semplificazioni. Usando Lo Cascio come simulacro dello spettatore, visto che per gran parte del film seguiamo le vicende attraverso la sua presenza sullo schermo, Martone sembra quasi che non ci voglia distrarre, che ci “appiccichi” a un corpo attoriale schivo, passivo e, diciamolo, ben poco espressivo. Il volto perennemente intristito di Lo Cascio ci permette, insomma, di entrare nel film senza timori e, paradossalmente, di dimenticarci quasi del personaggio che l’attore interpreta. E se un film funziona nonostante questo, evidentemente è un film solido.

IMDB | Trailer

4 Comments

  1. Posted 15 dicembre 2010 at 19:43 | Permalink | Rispondi

    Alt alt. Il film non l’ho ancora visto, ma definire Lo Cascio poco dotato è un po’ un azzardo. A mio avviso (e non solo mio) è un ottimo attore.

  2. Miriam
    Posted 30 dicembre 2010 at 23:13 | Permalink | Rispondi

    sto cercando di trovare questo film…dove lo posso comprare, noleggiare o…vedere in streamming? urgente! e per un lavoro scolastico

  3. giammin
    Posted 24 agosto 2011 at 17:44 | Permalink | Rispondi

    ma solo io ho notato le travi di cemento armato nella scena poco prima di incontrare le camicie rosse?

    • Francesco
      Posted 24 agosto 2011 at 17:46 | Permalink | Rispondi

      No, le abbiamo notate anche noi. Insieme a un altro elemento, che ora mi sfugge (forse una specie di scala antincendio, non ricordo) sono “schegge anacronistiche” inserite nel film. Io non le ho capite: trattasi forse di tentativi di straniamento la Brecht? Servono?

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  1. […] di Mike Leigh – The Social Network, di David Fincher – La donna che canta, di Denis Villeneuve – Noi credevamo, di Mario Martone – Animal Kingdom, di David Michôd – Inception, di Christopher Nolan – The Tree […]

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