Castaway on the Moon, Lee Hae-jun, 2009

Evidentemente ho un problema con i vincitori del Far East Film Festival di Udine. Va detto però che: 1) Il FEFF è al momento uno dei più attivi, coraggiosi, interessanti festival di cinema che si svolgono in Italia 2) Nonostante la fascinazione esotica (leggi per molti “moda passeggera”) verso il cinema asiatico sia molto scemata, il pubblico del FEFF è sempre e comunque in aumento 3) Questo perché le scelte fatte dagli organizzatori sono sempre ottime e oculate 4) A Udine si sta bene bene. Rimane però il fatto che ho dei problemi con i vincitori del Festival . L’anno scorso, se vi ricordate, vinse il giapponese Departures. Il film, già premio Oscar come miglior film straniero, si guadagnò l’uscita nelle nostre sale ma soprattutto l’apprezzamento di Natalia “gli attori hanno nomi che non si ricordano” Aspesi. Quest’anno, a dispetto di un periodo più o meno sbandierato di crisi creativa, è stata la Corea del Sud a trinofare. Il merito va dato alla commedia romantica Castaway On the Moon. Un film tanto poetico e tanto carino e tanto tenerone. Ma talmente tanto che verso la fine volevo alzarmi, uscire, raccogliere dei sanpietrini e scagliarli verso il primo edificio pubblico per poi farmi arrestare e magari manganellare dalla polizia.

Uhm, una bottiglia carica di tenero significato!

Uhm, una bottiglia carica di tenero significato!

Questa la storia: il povero Kim Seong-geun è indebitato fino al collo. Decide di farla finita e si butta dal ponte sul fiume Han (lo stesso in cui sguazza il mostrone di The Host, che quando c’è bisogno di lui non si trova mai). Peccato però che il nostro non muoia, ma finisca su una piccola isola. Non un’isola in mezzo al nulla nell’Oceano dei misteri in cui poi c’è un mostro di fumo nero e gli orsi polari bianchi, ma s un’isola esattamente sotto il ponte da dove si è buttato. Fate conto una specie di Isola Tiberina di Roma, ma senza nulla. Kim Seong-geun però non sa nuotare, non riesci a farsi notare da nessuno e non ha modo di mettersi in contatto con la terra ferma. Per cui, anche se dalla sua isola vede la città e la distanza che lo separa dal mondo reale è ridicola, vive come un moderno Robinson Crusoe. Dopo un iniziale smarrimento decide che questa è la cosa più bella che gli potesse capitare. Si arma di pazienza e si crea un suo piccolo mondo privato e perfetto, distante dalle cattiverie dell’uomo moderno nervosetto che l’hanno gettato sul lastrico. Ma, c’è un ma.

Nel mio mondo privato anche le coperte nascondono piccole gioie che voi avete dimenticato...

In uno dei palazzi che il nostro Kim Seong-geun vede dalla sua isolina, vive la poverissima Kim. Kim, manco fosse Ornella Vanoni, non esce mai di casa. Ma tipo da tre anni. Rimane chiusa nella sua stanza e scrive tutto il giorno sul suo blog. Pensate amici che per lei il vero mondo è l’internet e non il mondo reale fatto di divertimenti e spasso all’aria aperta. Che incredibile alienazione! Varrebbe la pena di fare uno speciale Costume & Società  sul TG di Rai Due sull’argomento, non pensate? La ragazza vive questa sua esistenza parallela in rete, mentre nella realtà è incapace di qualsiasi relazione sociale. Comunica con la madre, l’unica ad occuparsi di lei, tramite sms e nel tempo libero (…) fotografa la luna. Ma un bel giorno il suo obbiettivo finisce casualmente sull’isolina di Kim Seong-geun…

Immagine trovata mettendo il titolo originale del film in Google Immagini...

Immagine trovata mettendo il titolo originale del film in Google Immagini...

Castaway On the Moon non parte per niente male. L’idea dell’uomo naufrago in città è obbiettivamente divertente e il gusto bizzarro di fondo è gestito con gusto. I problemi arrivano con l’introduzuione nel film del personaggio femminile e soprattutto tutto quello che lei si porta appresso. Il problema di fondo della pellicola è la ricerca di “quelle piccole cose della vita che non vediamo a causa della nostra freneticità ma che sono talmente belle belle in modo assurdo che mi viene voglia di piangere“. Manco ci trovassimo in un libraccio di Baricco, Castaway On the Moon in fretta e furia si trasforma in un film di oggetti e azioni che assumono significati che portano (obbligano) lo spettatore ad esclamare “aw!” (il suono della teneritudine) ogni 25 secondi. Se il tutto fosse un corto sarebbe bellissimo, ma visto che il film dura la bellezza di 115 minuti dopo un po’ non se ne può veramente ma veramente più. Peccato perchè, ripeto, l’idea di base non è male e gli attori sono bravi, ma non si può soprassedere su uno stile così ripetitivo e ricattatorio.

IMDB | Trailer

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2 Comments

  1. Giovanni
    Posted 30 novembre 2010 at 11:12 | Permalink | Rispondi

    Anch’io da frequentatore del FEFF, ho ultimamente sempre indovinato il film vincitore. Basta guardare e seguire i vari forum su film asiatici presenti in rete per capirlo. Questo però è anche il bello del festival, è un appuntamento dove molti appassionati, spesso geek, si incontrano e alla fine i risultati non sono molto diversi da quelli che si leggono in rete. A mio parere, si dovrebbe iniziare a creare una vera giuria di esperti, il voto del pubblico è sempre piuttosto scontato. E poi ci sono sempre i forum pronti a premiare questi film. Sono d’accordo anch’io che il personaggio protagonista femminile è affrontato troppo superficialmente. Il dramma dei NEET http://en.wikipedia.org/wiki/Neet ,
    o hikikomori che siano, è molto presente nella recente cinematografia asiatica. Consiglio la trilogia di corti Tokyo! che nell’episodio Shaking Tokyo del coreano Joon-ho Bong affronta più simpaticamente il problema. Per i più geek consiglio inoltre la ottima serie animata Welcome to NHK http://www.animenewsnetwork.com/encyclopedia/anime.php?id=6357

  2. Posted 30 novembre 2010 at 16:31 | Permalink | Rispondi

    Da lettore affezionato mi permetto per una volta di dissentire. Diversamente dal mediocrissimo “Departures”, ho trovato “Castaway on the moon” una piacevolissima sorpresa proprio perché, secondo me, non cade nello stucchevole, rimanendo in gustoso equilibrio tra sentimentale, demenziale e esistenziale, e non smussa l’amarezza di fondo (vedi il finale: un “lieto fine” sì ma aperto). L’hikikomori è ormai un personaggio consolidato in certa cinematografia orientale, sono i nostri occhi a vederci più sociologia da magazine generalista di quanta realmente ce ne sia.
    Ad ogni modo e nonostante i pareri divergenti, viva il FEFF di Udine, sempre. :-)

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