Il responsabile delle risorse umane, Eran Riklis, 2010

In un attentato suicida nel cuore di Gerusalemme muore una giovane immigrata, Yulia Petracka, addetta alle pulizie nel più grande panificio della città santa. Ma il suo nome risulta essere ancora tra gli stipendiati dello stabilimento, il cedolino paga è uno dei pochi elementi di riconoscimento che le sono stati ritrovati addosso, nessuno viene a reclamare o riconoscere il suo corpo. Così il Giornalista moralista e moralizzatore (più per livore ed insoddisfazione personale che per profondo convincimento) decide di denunciare il caso, individuando (complice la Vedova, direttrice del panificio) nel Responsabile delle risorse umane il capro espiatorio, reo di disumanità e disinteresse nei confronti della vita di una delle tante lavoratrici senza volto e senza nome (e almeno quello, con la morte, le viene restituito, che Yulia è l’unica a possederlo, nel film. Tardiva restituzione di dignità, o forse solo la morte dà senso ad una esistenza, con il carico di conseguenze che porta, di vuoti e ricordi, nel mondo di coloro che restano). E proprio al Responsabile toccherà il compito, come risarcimento alla famiglia della vittima e per difendere il buon nome dell’azienda contro le pesanti accuse del Giornalista, di restituire la salma alla famiglia, in una desolante Romania terra di nessuno,” nè a oriente nè a occidente” come non lesina di ricordare la rubiconda console israeliana di quella terra ai confini del nulla. L’incontro con l’ex marito e soprattutto col figlio adolescente della donna spingeranno il Responsabile delle risorse umane ad intraprendere un viaggio fino al villaggio natale di Yulia, con sgangherata compagnia, che avrà come finalità, più che di restituire il corpo della donna ad una terra dalla quale ella era fuggita, di restituire al Responsabile un barlume di senso ed emozione ad una esistenza spenta nel grigiore del quotidiano e dei fallimenti personali e familiari.

C’è una frase pronunciata dal Giornalista, ad un certo punto del viaggio: riflettendo sulla surreale situazione che stanno vivendo (una bara legata al tetto di un Bedford, l’auto del Consolato, in mezzo a una distesa di nevi e villaggi fantasma) dice (più o meno): “tutto questo è bizzarro, ma non un bizzarro divertente, è bizzarro triste”, riassumendo in questa frase la cifra emotiva del film di Riklis. Perchè se l’inizio drammatico sembra poi stemperarsi, quando si entra nel vivo del road movie, in un’atmosfera surreale e picaresca, non c’è mai esplosione di comicità esibita e trascinante (com’era ad esempio in un film visto qualche mese fa che per certi versi a questo si può accostare). Tutto è sempre trattenuto in un alveo di dolore sommesso, di riflessione, come se la presenza fisica della bara, della morte, di quell’ingiusto ed ingiurioso anonimato, di una vicenda di sofferenza privata che senza l’aiuto del caso tale sarebbe rimasta -una vita clandestina, tra le migliaia di altre- costituisse il sommesso ma imperioso monito alla dignità. Non avendo letto il libro di Yeoshua dal quale il film è tratto non posso fare paragoni. Ma, mi viene da dire, egoisticamente, meglio così, perchè il film di Riklis sa, con equilibrio notevole, tendere le corde di un’emotività che non cede nè ad eccessi di sentimentalismi nè a facili morali, nè, per contrasto, a caricature o goliardie. E’ il film candidato agli Oscar 2011 per Israele, nonchè Premio del pubblico all’ultimo Festival di Locarno, ed è una delle (poche) cose buone in circolazione in sala in questo momento. Tra le altre cose, con un bravissimo protagonista (ve lo ricordate in Schlinder’s list?). Distribuisce Moretti. Vedetevelo.

IMDB | Trailer

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