Incontrerai l’uomo dei tuoi sogni, Woody Allen, 2010

Io mi ricordo la definizione di “autore” applicata in campo cinematografico, l’ho studiata anni or sono, ma più o meno diceva che l’autore è uno che, nella sua opera, convoglia il suo punto di vista sulle cose del mondo in maniera coerente, occasione per occasione. Un punto di vista personale, ben specificato e riconoscibile, ma mediato, insomma, attraverso il testo. Da sempre Allen ha rappresentato se stesso: fin dagli esordi come stand-up comedian, immediatamente dopo una rapida e gratificante carriera come autore per altri, ha messo in scena il suo corpo che è diventato – nei suoi tratti distintivi: taglio di capelli, montatura di occhiali, pantaloni di velluto e, da noi, voce di Oreste Lionello – una delle icone della storia del cinema. Ultimamente Allen va in giro a dire che è troppo vecchio, che non scrive personaggi interessanti per se stesso: ma anche in questo You Will Meet a Tall Dark Stranger, come nel precedente Basta che funzioni, le figure meglio riuscite del film sono quelle dei personaggi anziani. Anzi, si può dire che pare che ad Allen interessino davvero solo quelli. La Naomi Watts gallerista e suo marito scrittore (Josh Brolin) sono appena più che abbozzati, per non parlare della prostituta Charmaine (Lucy Punch), che ricorda moltissimo una versione assai minore della Mira Sorvino de La dea dell’amore. Sono tutti personaggi intorno alla trentina, una generazione che Allen fa fatica a conoscere, e che fa abitare (nonostante problemi di affitto esplicitati dalla coppia Watts-Brolin) a Notting Hill, l’equivalente londinese dell’amato East Side di Manhattan. Ma per fortuna nel suo ultimo film, tra Gemma Jones (Helena) e la sua sensitiva Cristal interpretata da Pauline Collins, e tra l’ex marito di Helena Alfie (Anthony Hopkins) e la nuova possibile fiamma della donna Jonathan (Roger Ashton-Griffiths), di personaggi sopra i cinquanta ce ne sono. E questi personaggi, terrorizzati dalla vecchiaia, dalla morte, lontani dal cinismo materialista che li informava trent’anni o quarant’anni fa mentre passeggiavano chiacchierando per New York, sono anche disposti a cedere verso le illusioni. “Basta che funzioni”, appunto.

Quando questi sono in scena, quindi, il film scorre: è narrato con garbo, come al solito, zigzagando tra il melò e la commedia classica e condendo tutto con una punta di soprannaturale, un’altra delle grandi passioni di Allen, presente in moltissimi dei suoi lavori. Ma tutto va col pilota automatico, una volta acceso il motore: e l’accensione, sputacchiante e sobbalzante, è data da un setup della vicenda affidato del tutto a una voce over che infastidisce non poco. Allen vuole rendere palese al cento per cento il fatto che sta raccontando delle storie, che sta prendendo dei personaggi e narrando un pezzo delle loro vite. Usa quindi l’artificio letterario del narratore onniscente… per poi chiudere il film con un finale aperto. Una bella contraddizione, in termini puramente narrativi, ma è così: la voce fuori campo cessa di esistere intorno a un terzo di film, quando le presentazioni sono state fatte e le relazioni tra i caratteri sono chiare; il narratore si eclissa, per tornare solo verso la fine e quindi scomparire ancora. Era davvero necessaria una cornice di questo tipo? No. Ma soprattutto se cornice dev’essere, che sia usata bene, non come una scorciatoia per l’effettiva difficoltà che uno sceneggiatore/regista deve affrontare: quella di fare entrare gli spettatori nel suo mondo. Allen ormai sa che è il suo stesso nome a bendisporre il pubblico che decide di vedere i suoi film: si entra, quindi, nei suoi mondi già solo dai titoli di testa, per i quali Allen usa da anni lo stesso carattere bianco su fondo nero e che fa accompagnare da una musica riconducibile sempre alla stessa area temporale e di genere. I personaggi e il loro mondo sono già là, prima che alcun attore compaia sullo schermo: un elemento formidabile, se ci pensate, che Allen si è guadagnato e sul quale, con tutto l’affetto che proviamo nei suoi confronti e nei confronti della sua arte, vorremmo non giocasse più così tanto.

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One Comment

  1. Posted 17 dicembre 2010 at 23:55 | Permalink | Rispondi

    Visto al cinema lo scorso weekend, sicuramente non è il miglior film di Woody Allen, si è perso forse un po’ del sarcasmo che era presente nei suoi ultimi lavori ed è andato a ripescare temi e personaggi già incontrati nei sui film precedenti (vedi il ricorso alla magia ed alla giovane amante copia di Mira Sorvino in “La dea dell’amore”). Non un brutto film ad ogni modo e le storie parallele vengono comunque trattate in modo molto naturale. L’unica cosa che lascia sorpresi è la non “quadratura del cerchio” finale in cui nessuna storia ha una risposta ma il tutto viene lasciato in sospeso, un po’ sorprendente per il pubblico di Woody Allen. Comunque, da sua fan, sono sempre convinta che sia meglio un brutto film di Woody Allen (anche se non è questo il caso) di un bel film di altri.

2 Trackbacks

  1. By Vitaminic – Uomini (European version) on 22 dicembre 2010 at 01:05

    […] è sempre Woody, e ci sono Naomi Watts, Anthony Hopkins e tanti altri ma… Leggetene sul blog, se vi […]

  2. […] di William Monahan – Goodbye Mama di Michelle Bonev – Maschi contro femmine, di Fausto Brizzi – Incontrerai l’uomo dei tuoi sogni, di Woody Allen – Buried, di Rodrigo Cortés – 127 ore, di Danny Boyle – Biutiful, di Alejandro […]

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