Carlos, Olivier Assayas, 2010

E adesso anche la Francia ha il suo personale Romanzo Criminale. Le donne, i cavalier, l’arme, gli amori, le cortesie, l’audaci imprese di Carlos lo Sciacallo, al secolo Ilich Ramírez Sánchez, il terrorista che per vent’anni terrorizzò e affascinò l’occidente diventando l’uomo più ricercato dell’epoca.

Olivier Assayas, dai tempi della Nouvelle Vague forse il più talentuoso ex-critico dei Cahiers du Cinéma passato dietro la macchina da presa, per la prima volta si cimenta con un prodotto televisivo che di televisivo ha solo la destinazione, realizzato da Canal+ e diviso in tre puntate. Cinque ore e mezzo di grandissimo cinema per raccontare vent’anni nella vita di un personaggio popolare quanto una rockstar e rivoluzionario nel vero senso della parola, una scheggia impazzita con l’irruenza del punk proiettata nel difficile e complesso panorama geopolitico degli anni 70. Ma breve è stata la rivoluzione del punk, e anche quella di Carlos non è durata poi tanto. Ed è forse per sottolineare questo elemento che Assayas, sempre attento all’aspetto musicale dei suoi film, ha scelto come straniante colonna sonora soprattutto brani di gruppi post-punk: Loveless Love dei The Feelies, (il cui repertorio in origine doveva essere l’unico commento musicale alla pellicola, salvo poi rinunciarvi perché il gruppo non gradiva l’essere accostato al terrorismo), ad accompagnare la mirabolante sequenza d’apertura; Ahead e Drill dei Wire.

Nonostante la costosa produzione, che ha richiesto sette mesi di lavorazione in tre continenti, passando tra Francia, Germania, Austria, Ungheria, Libano e Marocco, a metà strada tra fiction e cinéma vérité, Assayas non rinuncia alla sua consueta cifra stilistica d’autore. Macchina da presa in spalla incollata ai personaggi, un alternarsi di scene concitate ad altre più sospese e intimiste e un superbo lavoro sugli attori, dove spicca ovviamente lo stupefacente Édgar Ramírez, capace di dare anima e soprattutto corpo al protagonista attraverso una camaleontica interpretazione. E lontano anni luce dall’agiografia e dai facili moralismi, attraverso la più classica struttura di ascesa e caduta ci dipana l’intricata matassa di intrighi, ragioni di stato, assetti politici di un momento storico nevralgico che getta più di un’ombra sul nostro presente.

Da bravo cinéphile, Assayas costruisce l’intero film bressonianamente attraverso i gesti e hitchcockianamente attraverso gli oggetti, amplificando una delle azioni che caratterizzano tutte le spy story, ovvero lo scambio tra due soggetti di un qualcosa, una valigia, un’arma, un mazzo di banconote, richiamando alla memoria la bellissima sequenza in Irma Vep della pistola che passa di mano in mano. Un ritratto avvincente e appassionato di un moderno fuorilegge che non riesce a stare al passo di tempi troppo rapidi e caotici, ma anche quello di un ragazzo che diventa adulto troppo in fretta, non molto dissimile dalla gioventù sonica e inquieta delle precedenti opere di Assayas. Il fatto che duri quasi sei ore e che sia parlato in sette lingue non fa ben sperare di vederlo sui nostri piccoli/grandi schermi. Al momento il più bel film dell’anno. Peccato.

IMDB | Trailer

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