Bored to Death: a New York non esiste solo Manhattan

Jonathan Ames è uno scrittore che ha appena passato i trent’anni: ha avuto un buon successo con il suo primo romanzo, ma ora è poco ispirato. Decide, essendo annoiato a morte, di improvvisarsi detective: sulla scia degli scrittori hard-boiled mette un annuncio sul celeberrimo sito “Craig’s List”. I suoi compari sono Ray Hueston, fumettista sovrappeso in continuo tira e molla con la fidanzata Leah, e George Christopher, che ha una trentina d’anni più dei due e un lavoro fisso e prestigioso: dirige infatti Edition, una rivista colta e patinata. Se George è la Manhattan di Allen, Jonathan e Ray sono la Brooklyn dove oggi si concentra tutto l’hype della Grande Mela, e non solo quello.

Ecco i personaggi principali di una serie (la cui stagione si è appena conclusa) che si allontana volutamente da epiche come quella di Mad Men e da saghe fantastiche come quelle srotolate nelle diverse stagioni di Lost. Più vicina alla sitcom per formato (venti minuti a puntata), ambientazione (i set sono quasi tutti in interni) e stile narrativo (perdere una puntata non vuol dire non capire più niente), Bored to Death è un valido antidoto agli intorcinamenti di stomaco che vi può procurare Don Draper o alle sfortune che si abbattono sul protagonista di un altro grandissimo prodotto come Breaking Bad.

La serie è scritta da Jonathan Ames, romanziere americano le cui prove precedenti sono già ben in linea con i temi delle puntate e il cast è eccellente: Jason Schwartzman nei panni del protagonista, Zach Galifianakis in quelli di Ray e un grandissimo Ted Danson, donnaiolo e fascinoso, che interpreta George. Il trio è davvero ben assortito, proprio grazie ai lati diversi dei caratteri dei tre, che vengono fuori senza macchiettismi, creando subito affezione nello spettatore. In qualche modo ci sono dei richiami alleniani nella scrittura di questi personaggi: sono arguti, tendenti (a seconda) alla depressione o a una sorta di superomismo e, soprattutto, perfettamente in simbiosi con l’ambiente che frequentano. In più (e questa è farina del sacco di Ames – l’autore) i tre parlano moltissimo di sesso e hanno un rapporto speciale con il vino bianco (più una fissa che uno status symbol) e con la cara vecchia marijuana. Stonati, spiantati ma indiscutibilmente simpatici, i tre personaggi su cui le puntate fanno perno rendono Bored to Death una serie dal punto di vista indubbiamente maschile, senza però toccare la misoginia che si respira negli uffici di Madison Avenue o la tendenza donnaiola del Duchovny di Californication. Ci sarebbe del garbo, a Brooklyn (Manu, non te la prendere): almeno fino a che non si accende il vaporizzatore per l’erba e si viene chiamati per un nuovo improbabile caso da risolvere.

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2 Comments

  1. babidec
    Posted 24 dicembre 2010 at 09:54 | Permalink | Rispondi

    … ma sopratutto l’antidivo Schwartzman è utilizzato splendidamente! Certo, il pdv maschile spinge troppo spesso alla vittimizzazione dei protagonisti – e questo, a volte, infastidisce un pubblico femminile che perdona giusto perchè sensibile agli occhioni tristi del “piccolo” Jason – ma in quanto serie tv post-11/9 anche quì il “crollo” totale di tutto DEVE esserci e ben in evidenza.
    Concretamente, però: sai nulla della seconda serie Francesco? e sopratutto: quanto spaccano gli episodi del ristorante (di cui non ricordo la nazionalità) e quella dello psicologo? per non parlare del finale spalancato …

    • Francesco
      Posted 24 dicembre 2010 at 13:32 | Permalink | Rispondi

      La seconda stagione rafforza ancora di più i personaggi, e i loro legami. Diminuisce anche la singolarità delle puntate, nel senso che, sebbene siano autosufficienti, i collegamenti tra una e l’altra sono più significativi. E si introducono nuovi personaggi, come l’autista di George, poeta di origini indiane, trattato malissimo dalla moglie, cliente di Jonathan.

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