Moon, Duncan Jones, 2009

Non me lo ricordavo, ma Moon è ufficialmente uscito in Italia, più o meno un anno fa. Credo che l’abbiano tenuto nei cinema un’ora e trentacinque minuti, cioè la durata del film più un minuto prima e un minuto dopo per fare sedere e alzare la gente. Quindi, l’ho recuperato solo ora. Diciamo subito che l’esordio di Duncan Jones, sì, il figlio di Bowie, si merita tutti i premi e gli appellativi che gli hanno dato. E’ un’opera prima scritta, diretta e recitata benissimo. E’ un film che riconosce quali sono i suoi zii e nonni: è gente importante, tutta la fantascienza “metafisica” degli anni ’60 e ’70, sia al cinema che in letteratura, e quella anni ’80 per i riferimenti estetici. Li riconosce, ma non li imita, semmai affettuosamente li ricorda. Moon, insomma, riesce nel miracolo di essere un classico immediato, che ha in sè la statura del film che rimarrà senza usare trucchi per conquistare questa posizione.

La storia è quella di un astronauta operaio, Sam Bell (un Sam Rockwell eccellente), che è in missione per una compagnia coreana in una miniera di Elio-3 sulla faccia nascosta della Luna. Il mandato dura tre anni, e Sam è da solo nella base, assisitito unicamente da un robot tuttofare, GERTY (doppiato in originale da Kevin Spacey). Ha una moglie e una figlia che lo aspettano sulla Terra, ma le cose ultimamente non vanno bene: tra guasti al sistema di comunicazione e la stanchezza accumulata in quasi tre anni di lavoro in solitudine, Sam commette un errore e provoca un incidente. Si risveglia in infermeria, sempre assistito da GERTY: l’ordine è che Sam passi un po’ di tempo in convalescenza. Ma l’uomo non si rassegna e scopre che le comunicazioni funzionano. Con un espediente viola la quarantena, esce dalla base e trova un uomo identico a lui, vittima di un incidente con una macchina.

Non sveliamo altro della trama, perché uno dei punti di forza del film è anche quello: con un ritmo non adrenalinico ma sostenuto, Moon riesce a condurre una bella riflessione sul lavoro, sull’essenza della propria persona, sul tempo e su come queste cose si intrecciano tra loro. Niente è didascalico, e siamo davvero lontani da situazioni banali o da snodi risolti in maniera meccanica o prevedibile. Moon tiene sul filo perché è inquietante senza effettacci, pulito senza essere lucidato a forza. Si può dire sincero? Vedetelo.

IMDB | Trailer

4 Comments

  1. anne
    Posted 7 gennaio 2011 at 14:52 | Permalink | Rispondi

    ‘riesce nel miracolo di essere un classico immediato’ mi trovo perfettamente d’accordo con te.. questo film è un gioiellino

  2. Posted 8 gennaio 2011 at 19:25 | Permalink | Rispondi

    Gran gran film, e grandissima colonna sonora di Mansell.

  3. Posted 10 gennaio 2011 at 06:56 | Permalink | Rispondi

    Il miglior commento letto finora su questa bella pellicola. Speriamo faccia da viatico al ritorno della fantascienza ‘vera’ al cinema, dopo anni di bambocciate ipercolorate e fracassone ma… so bene che così non sarà.

    Salute e Latinum per tutti !

  4. Posted 11 gennaio 2011 at 01:05 | Permalink | Rispondi

    Moon è un film meraviglioso, ne avevo scritto una recensione un pò di tempo fa.
    Omaggia i grandi capolavori della fantascienza degli anni 60/70 ma conserva una propria individualità, non tenta di suscitare inutili nostalgie ma propone spunti interessanti, mostrandoceli con l’aspetto estetico pulito ed elegante che contraddistingue il modo di fare cinema sci-fi di qualche decennio fa.

    Duncan Jones è da tenere d’occhio, fra i suoi prossimi progetti c’è anche un film che dovrebbe essere un omaggio a Blade Runner, così come Moon lo è stato per 2001: Odissea nello Spazio

One Trackback

  1. […] proseguito con Source Code, diretto da quel Duncan Jones che tanto avevamo apprezzato per Moon. Ancora una volta Jones ripensa alla fantascienza del passato e gioca con universi paralleli e […]

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