American life, Sam Mendes, 2009

Non banale ragionare sullo status genitoriale ai nostri giorni, con tutto ciò che separa la nostra generazione (di trentenni in fuga precipitosa verso i quaranta, bamboccioni, probabilmente falliti, senza alcun dubbio privi di un centro di gravità permanente, o in fuga perenne e consapevole da esso) da quella dei nostri genitori, dove era più facile “fare” un figlio che non “decidere di avere” un figlio. Burt e Verona stanno in bilico, pare, tra le due maniere di vivere il salto per antonomasia nell’età adulta: non passano le giornate, se dio vuole, a pubblicare le immagini delle ecografie su qualche social network sbandierando la gravidanza come una vittoria olimpica, ma nemmeno hanno adempiuto a qualche dovere di legittimazione sociale in quanto coppia. Cercavano, forse, un figlio, si amano, hanno costruito una realtà di coppia forse più solida di quanto i loro dubbi lascino intravedere. Legittimo cercare (non senza qualche inevitabile disappunto) l’appoggio dei genitori di lui (quelli di lei sono morti), non fosse che questi, in preda ad un rigurgito di giovanile egoismo hanno deciso di abdicare al ruolo di nonni per trasferirsi in Europa, giusto un mese prima della nascita della bambina. Così Burt e Verona decidono di partire alla ricerca di un altrove dove fare crescere la creatura, spostandosi, curiose “figurine” di cartone che si pongono nella condizione di osservatori attenti, sospendendo, almeno apparentemente, il proprio tempo,tra Stati Uniti e Canada, nelle città dove famiglie di amici e parenti paiono aver trovato una loro ragion d’essere, una forma che possa servire di modello al nuovo nucleo familiare, dato che genitori non si nasce imparati. Il pellegrinaggio tra coppie disfunzionali e pateticamente infelici, famiglie neo hippie che insegnano l’amore e la libertà ai figli con una rigidità che soffoca ogni naturalezza, amori che non decollano e coppie che scoppiano porteranno Burt e Verona alla meta finale (almeno provvisoria) e all’accettazione di un senso di inadeguatezza non risolvibile se non imparando a sbagliare, umanamente, da soli, senza bisogno di manuali o guide.

Non so se si debba necessariamente ripartire da Frank ed April Wheeler per leggere il nuovo film di Sam Mendes, Away we go nel titolo originale, tradotto (per ora incomprensibilmente) in American life dai distributori italiani. Certo è che in qualche modo la coppia Burt-Verona in qualche modo si scontra con la realtà di diversi Frank ed April per approdare ad una consapevolezza più matura del proprio essere coppia, del proprio muoversi per tentativi in una realtà di incertezze e crollo di modelli di riferimento. Parafrasando Bauman potremmo parlare di maternità, o genitorialità, liquida, in quanto precaria, incostante, esposta continuamente alle insidie di una fragilità e di una mutevolezza spiazzanti. Il recupero finale, necessario, di una radice, di un radicamento (nella metafora esplicita del fiume/memoria e fluire del tempo) può apparire forse banalmente consolatorio, o scontato, o forse, nell’accettazione dei propri limiti, il semplice segno di un tentativo di rivoluzione che non si scioglie in dramma o esaltazione vittoriosa ma semplicemente nella quotidianità, banale eppure mutevole, nella vita che alla fine si scopre solo vivendo.

IMDB | Trailer

Annunci

One Comment

  1. Posted 18 gennaio 2011 at 13:11 | Permalink | Rispondi

    Yo!
    Ottimi personaggi principali e secondari.
    Un’America ancora sconosciuta ai più.
    Poco conflitto e sviluppo.
    Film promettente, ma incompleto.
    http://macelleriamarleo.wordpress.com/

2 Trackbacks

  1. […] non si sono decisi e quindi trenta secondi per Paolo e Hereafter e trenta secondi per Tommy e American Life. […]

  2. […] e Atticus Ross per The Social Network – Alexandre Desplat per The Tree of Life – Alexi Murdoch per American Life – AA VV per Scott Pilgrim vs. the […]

Pubblica un Commento

Required fields are marked *

*
*

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: