Il nostro viaggio nel cinema italiano /14: Road to L., di Federico Greco e Roberto Leggio, 2005

Trama
I componenti di una piccola troupe attraversano in lungo e in largo il Delta del Po per girare un documentario sull’ipotetico viaggio di Howard Phillips Lovecraft in Italia. Si scontrano con l’omertà degli abitanti del luogo e ricostruiscono i dettagli sulla scomparsa di uno studente che aveva tentato la stessa ricerca, girando a sua volta dei video inquietanti su quei luoghi.

Giudizio sbrigativo
Teso, girato bene, perfettamente cosciente dei propri mezzi. I modelli di riferimento, da Cannibal Holocaust a The Blair Witch Project, sono però sempre dietro l’angolo e tra i pregi maggiori del film non c’è certo l’originalità dell’assunto.

Perché lo abbiamo visto?
Mi piace Lovecraft, mi piace il Delta del Po, mi piace Cannibal Holocaust. Diciamo che era un incontro un po’ scontato.

Fulmine di Pegasus (aka triplo dolly carpiato con avvitamento aka la scena ricca aka buttiamo due soldi su questa sequenza che facciamo il botto aka “la mia arte si esprime nella visione”)
Gli ultimi dieci minuti sono un bell’esempio di suspense basata praticamente sul nulla. Gli eroi sono a un passo dalla verità su Lovecraft e il suo viaggio e basta poco (una sequenza in montaggio alternato) per creare una tensione notevole tra due spazi e due temporalità diverse. Davvero bello.

Momento Centovetrine (alias la scena povera alias hai speso i soldi per il triplo dolly, adesso quest’altra la fai con un totale di 3′ e la illumini con la luce di emergenza Beghelli, e il fonico oggi non viene perché aveva un torneo di karate)
Non  c’è, ma perché l’espediente del finto documentario permette di riscattare anche certi momenti un po’ amatoriali, tipo i contributi delle comparse del luogo.

Dai, dai, dai che la giriamo (alias la scena in cui il film sembra decollare)
Nessuna in particolare. Il film non ha grandi picchi di messa in scena (finale a parte), e costruisce la tensione per accumulo di piccoli pezzi.

Enchanted Bunny (alias la scena in cui il film si suicida)
Il film non ha grossi scivoloni. Alcune scene in cui la troupe si scontra con l’incomunicabilità dei locali, dopo un po’, possono risultare vagamente comiche. L’effetto documentario, poi, viene meno nel momento in cui compare, in un ruolo secondario, la praticamente esordiente Valentina Lodovini, due anni prima di La giusta distanza (anche quello ambientato nel Polesine). Ma qui non è certo colpa dei registi o della sceneggiatura.

Tarallucci e vino (alias c’è un conflitto? che cos’è il conflitto alias l’altro umiliato in sottotesto)
Niente di niente.

La società si prende le sue colpe?
No. Il sano horror italico, di solito, non prevede sottotesti sociali.

Indice di in-vaccabilità (alias quanto è riconducibile a: “è di destra o di sinistra?”)
Come sopra. Menzione di merito per il fatto di aver evitato la macchietta del veneto tonto e/o leghista.

Indice “Montale e i suoi limoni” (alias sfoggio di high culture a caso)
Lovecraft è high culture? Mi sa di no. In ogni caso compaiono guest star come Carlo Lucarelli e Sebastiano Fusco, non in veste di amici che contano, ma per dare credibilità all’impianto pseudo-documentario.

Indice di Tarantinabilità (alias c’è qualcosa che tra vent’anni ci sembrerà troppo avanti?)
Retroattivo. Se non fosse per l’aura di culto che ha circondato certi horror italiani (Cannibal Holocaust in testa) un film come questo, forse, non si sarebbe mai fatto.

Maggio 2007 (alias segnali di calendario possibile alias tette laterali)
Neanche l’ombra.

Pubblico? Quale pubblico?
Il film è girato in inglese, con una scelta produttiva piuttosto furba, per cui ha potuto circolare parecchio per i festival e tra gli appassionati del genere. Piuttosto che tentare abboccamenti mainstream cura bene la sua nicchia.

Ce lo meritiamo?
Se ci piacciono Lovecraft, Cannibal Holocaust e il Delta del Po ce lo meritiamo e ce lo guardiamo anche con un certo piacere.

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