Gianluca Morozzi: La versione di Barney, Richard J. Lewis, 2010

Come anticipato l’altroieri, questa volta cediamo la firma del blog a un ospite d’eccezione: Gianluca Morozzi. Essendo scrittore, l’abbiamo mandato a vedere La versione di Barney, tratto dal bestseller di Mordecai Richler. Ecco che ne pensa.

Se volessi fare le cose per bene, scriverei questa recensione fumando un Montecristo dopo aver scolato qualche mignon di whisky, vodka e gin. Solo, non fumo. E l’alcol di mattina mi fa schifo.
Allora, sobrio e lucido, vi illustro un metodo brillante per giudicare in modo imparziale un qualunque-lungamente atteso-film tratto da un libro amatissimo: andarci con una persona che il libro non l’ha letto, che lo guarderà per quello che è, senza dire “Ehi, ma non era olio, era formaggio!”, “Ehi, ma era Greenberg, mica Grant!”. Io guardo il film con gli occhi di chi conosce il romanzo a memoria, lei – sì, quasi sempre è una fanciulla, così abbino l’utile al dilettevole – lo guarda senza condizionamenti precedenti, e alla fine facciamo una media dei nostri giudizi.

Una professoressa di matematica con cui Morozzi ama fare il calcolo della media

Qualche anno fa, uscendo con una di queste fanciulle dal Roma d’Essai dove avevamo visto Chiedi alla polvere, ricordo che io stavo vomitando in un cestino dei rifiuti mentre lei commentava “Mah, il primo tempo non era male, il secondo era un polpettone”, e io, ripulendomi la bocca, avevo sibilato “Per forza, il primo tempo era il romanzo di John Fante, fino a quando qualche idiota ha detto Eh, ma non facciamo ammalare il secondo scrittore sfigato, facciamo ammalare Camilla per tutto il secondo tempo, e facciamola morire tra le braccia di Bandini, bello, no?, e poi, mah, quel romanzo lanciato nel deserto alla fine, che senso ha lanciare un romanzo nel deserto, facciamoglielo portare sulla tomba così…”, e prima di finire la frase mi ero rimesso a vomitare nel cestino. Più o meno quel che avevo fatto dopo aver visto From Hell, con l’intenso desiderio di tracciare la stella a cinque punte sulla testa del regista e di spedire il rene di uno sceneggiatore al capo della polizia.
Ma attenzione: non pensate che io sia uno scrittore feticista della parola scritta, che in quanto tale disprezza qualunque adattamento cinematografico. Watchmen mi è piaciuto. Io non ho paura mi è piaciuto (e ho apprezzato l’idea di aggiungerci un finale). Mi è piaciuto Dolores Clairborne (come si chiamava? L’ultima eclissi?), come mi ha fatto schifo Cuori in Atlantide (quella roba lì era Cuori in Atlantide?).

E' inutile che fai quella faccia, Anthony: sì, era "Cuori in Atlantide"

Arriviamo a La versione di Barney, dunque: libro che conosco a memoria, film che ho visto al cinema Chaplin, con una persona che il libro non lo ha nemmeno toccato. Premettendo che, siccome non sono un feticista della parola scritta, non me ne frega niente se il bar Dink cambia nome, se cambia titolo la soap opera (in stile Boris), e se cambiano i cognomi di vari personaggi al massimo mi chiedo il perché, e non me ne frega niente se Miriam Grant/Greenberg non ha “i capelli neri come l’ala di un corvo” e se Parigi diventa Roma.
Allora, diciamo così: dopo venti-venticinque minuti di film ero leggermente irritato. Ma come? La povera Clara, la Prima Signora Panofsky, trattata così? Ridotta a un Bignami? E le sue poesie, il suo diventare un’icona femminista, e tutto il resto?
No, no, mi sono detto, ma torniamo ai film di quattro ore, ai film di tre ore e mezza! Non si può mica tirare via tutto! Va bene, tagliamo le beghe sull’indipendenza del Quebec, le parti sull’hockey – non la finale durante il secondo matrimonio, naturalmente -, tagliamo i monologhi e le divagazioni, ma a me quella pazza di Clara piaceva, porca miseria!

Sventola, sventola (nel libro) la bandiera del Quebec!

Dopo, comunque, mi sono riconciliato col film. Anche perché c’è una notevole miglioria narrativa rispetto al romanzo, proprio nella parte dedicata Clara: potevamo accettare, noi fanatici del romanzo, che la prima signora Panofsky si suicidasse causa di una lettera non consegnata dalla concierge dell’albergo, e che Barney prendesse la cosa tanto sportivamente, senza fare un frullato di concierge? Non è molto meglio far finire la lettera nelle mani distratte di quel tossico di Boogie, invece, creando un bel contrappasso?
Così come nel film ha più senso la pistola del padre di Barney, che nel romanzo compare un po’ dal nulla in una scena cruciale.
E poi, ovviamente, se hai Dustin Hoffman, come dire, lo sfrutti, e gli metti in bocca un po’ di cose che dicevano altri personaggi: nessun problema, per quello.
Insomma, superata la delusione-Clara, il resto del film non è affatto deludente, per quanto mi riguarda. Paul Giamatti, be’, è splendido. La trovata del palloncino sul lago forse non era obbligatoria, nel finale, per spiegare il mistero della morte di Boogie, ma non mi ha dato fastidio.
Miriam c’è tutta o quasi, e noi innamorati del libro siamo anche innamorati dell’adorata Miriam, naturalmente. E anche se ho un po’ sobbalzato sulla scena finale – morto? Barney? Ma no! -, in effetti, a mente fredda, preferisco saperlo nella tomba in attesa di essere raggiunto dall’amata piuttosto che demente in una clinica, a farsela addosso cercando di ballare il tip tap. E poi, su, anche i cuori cinici e duri si commuovono quando i figli discutono sulla scelta di Barney di destinare a Miriam la tomba accanto alla sua, e c’è questo bello scambio di battute che non era nel romanzo, credo (qualcosa tipo “non mi sembra giusto da parte di papà aver fatto una cosa del genere, dopotutto mamma è sposata con Blair”, “Sì, ma con Blair è solo Finché morte non li separi”).

Father&Son

Insomma: spero nell’edizione in dvd, con venti minuti in più dedicati a Clara e alla parte romana, suvvia. Cazzo, cazzo e cazzo.

PS. Ah: alla mia accompagnatrice il film è piaciuto molto, in particolare la battuta del “Finché morte non li separi”. Ora vuole leggere il libro. Il mio esperimento ha funzionato!

IMDB | Trailer

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2 Comments

  1. dario
    Posted 21 gennaio 2011 at 11:02 | Permalink | Rispondi

    visto ieri sera in provincia (BAZZANO).
    con mia moglie che ha eletto “panozzi” (come lo chiamiamo amorevolmente in casa) suo nume tutelare.
    che dire?
    non sono così feticista del libro da notare tante diffeenze ma la prima domanda che mi sono fatto è: “mi sarebbe piaciuto il film se NON avessi letto il libro?” non lo so..
    l’unica cosa che so è che mi è venuta volgia di rileggerlo perchè mi manca un po’ il “vero” panozzi.
    e se il film ottiene il risultato di avvicinare altra gente a questo fantastico capolavoro letterario, ben venga…

  2. babidec
    Posted 21 gennaio 2011 at 12:28 | Permalink | Rispondi

    Non ho letto il libro ma penso che lo farò molto presto … e non certo perchè ho apprezzato il film (che malgrado la bravura di Giamatti e lo splendore di Miriam è irritante, scontato e, per piacere a tutti costi, si butta su un melodrammatico fastidioso). Quindi, nell’attesa di farlo, chiedo: al di là di ciò che c’è, di ciò che manca e di ciò che viene spostato, che ne è del tono? dell’atmosfera? del ritmo? dell’identità dei personaggi? (esagero!) del senso della vita espresso attraverso il testo? Prima di qualunque altra cosa è questo che fa di un film una buona/cattiva trasposizione cinematografica. Almeno per come la vedo io …

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