Il nostro viaggio nel cinema italiano /16: Il cerchio dei morti, di Andrea Falcioni, 2007

Lui ne sa di misteri: è anche vestito di nero!

Trama.
Un gruppo di persone si trova su un autobus, all’improvviso, in mezzo alla campagna. L’autista è fuggito. La benzina, finita. Pane e vin a lor mancavano. Decidono di inoltrarsi nella nebbiosa bassa (un nebiùn che manco a novembre, eppure dai vestiti che i personaggi indossano siamo in primavera/estate) e di rifugiarsi in una casa: i cellulari ovviamente non prendono e il telefono che c’è nella casa manco. Lì scopriamo i caratteri: c’è quello che ha una misteriosa valigetta da consegnare, è stronzo, insulta tutti dopo tre minuti di film (Andrea Falcioni, che è anche autore del soggetto, della sceneggiatura, del montaggio, degli effetti speciali e della grafica); c’è il meccanico rude, tamarro, ma di cuore (Lucas Pavetto, che è anche autore della colonna sonora e degli effetti sonori, nonché direttore del doppiaggio); c’è quello un po’ dark che osserva saggio (Francesco Vitali); c’è uno che, fondamentalmente, si caga sotto (Matteo Carsetti). E poi i personaggi femminili: una (Romina Fascinetti) fa una fine pessima subito, l’altra (Cinzia Bambozzi) la fa un po’ dopo, perché è la ragazza del meccanico. Il saggio, dopo una serie di inspiegabili eventi, dice che ne sa di misteri (sic): del resto è vestito di nero. Spiega quindi agli altri che sono incappati nel cerchio dei morti. Un mostro li ha ipnotizzati e loro credono di essere là nella casa, ma in realtà i loro corpi sono sotto il malefizio del mostro istesso. Non vi svelo il finale di questo mediometraggio, a suo modo orgogliosamente no-budget.

Giudizio sbrigativo.
Eh, accidenti, i ragazzi ci stanno simpatici, ma… La sceneggiatura è da filodrammatica, coerentemente con la recitazione e il doppiaggio. Gli effetti digitali sono sul modello di quelli di Snakes on a Plane / Snakes on a Train, ma realizzati con un computer meno potente: ma, se non altro, Falcioni ci ha messo dell’impegno. La suspense è inesistente, ma fa paura la dizione degli attori: è impressionante. Pensate che, vedendo l’autobus nelle prime inquadrature ho intravisto la sigla PG sulla targa. E invece no, era PU: Il cerchio dei morti sta alla parlata marchigiana del nord come Sogni d’amore sta alla cadenza piemontese.

Perché lo abbiamo visto?
Perché si può scaricare gratuitamente dal sito del film, perché abbiamo un debole per l’horror italiano indipendente. Cavoli nostri, lo so. Ma anche perché i ragazzi della ImagineInAction Film ci credono di brutto, e producono un sacco di roba. E perché quello di Il cerchio dei morti è l’unico making-of (scaricabile anch’esso dal sito o visibile qua in forma leggermente diversa) in cui i principali autori si fanno le critiche da soli. Bravi, e detto senza ironia.

'U chiagnone

Fulmine di Pegasus (aka triplo dolly carpiato con avvitamento aka la scena ricca aka buttiamo due soldi su questa sequenza che facciamo il botto aka “la mia arte si esprime nella visione”)
Il momento in cui il rude meccanico scaglia una molotov contro il mostro (ebbene sì), mentre questo sta lanciando la sua letale luce verde contro il dark. In quella scena il computer stava per schioppare, lo sappiamo: fermo immagine, poi ralenti, poi fuoco e fiamme digitali. E il meccanico che urla “Brucia, brutto pezzo di merda!”. Proprio così.

Momento Centovetrine (alias la scena povera alias hai speso i soldi per il triplo dolly, adesso quest’altra la fai con un totale di 3′ e la illumini con la luce di emergenza Beghelli, e il fonico oggi non viene perché aveva un torneo di karate)
Una buona parte di una sequenza in cui i protagonisti arrivano alla villa è fuori fuoco. Ma in genere si capisce che Falcioni non vedeva l’ora di mettere le mani sul mostro digitale: sul mostro, perché la nebbia sì presente, per dire, è davvero poco credibile. Lui dirà (con cadenza pesarese) “Ma in un horror va anche bene che sia poco credibile”. Sì, è vero, ma allora nel totale scontorna meglio l’autobus.

Dai, dai, dai che la giriamo (alias la scena in cui il film sembra decollare)
La sequenza in cui quella-che-fa-una-brutta-fine-per-prima ha il suo primo contatto con il mostro non è male. E’ che poi dice “Z’è qualcuno?” e cade tutto.

Enchanted Bunny (alias la scena in cui il film si suicida)
Quando la stessa donna, dopo un addormentamento collettivo, si risveglia catatonica, dice “schiena, schiena”, le alzano la maglietta e al posto della schiena ha un buco che la attraversa da parte a parte.

Tarallucci e vino (alias c’è un conflitto? che cos’è il conflitto alias l’altro umiliato in sottotesto)
Essendo un horror, il conflitto è tra il Bene e il Male. Tanto basta.

La società si prende le sue colpe?
No, la società non esiste: a parte la scena finale, con poliziotto che dice “Ormai le abbiamo viste tutte” a un commissario che parla con forte accento spagnolo (parente dell’interprete del rude meccanico, che è di origini argentine), ci sono sempre i nostri in scena. Anche se all’inizio uno di loro, lamentandosi del fatto che l’autista del bus dove si trovano sia scomparso, dice “Solo qua possono succedere queste cose”, per poi aggiungere “Anche i treni sono in ritardo”. Quindi la colpa è della gestione dei trasporti locale e nazionale. Ecco.

'U mostr'

Indice di in-vaccabilità (alias quanto è riconducibile a: “è di destra o di sinistra?”)
Zero.

Indice “Montale e i suoi limoni (alias sfoggio di high culture a caso):
Sei. Una citazione de La casa c’è.

Indice di Tarantinabilità (alias c’è qualcosa che tra vent’anni ci sembrerà troppo avanti?)
Sei meno. Tra vent’anni ne riparleremo quando riscopriremo il digitale ur-artigianale, come stiamo facendo adesso con i giochi arcade anni ’90.

Maggio 2007 (alias segnali di calendario possibile alias tette laterali)
Zero.

Pubblico? Quale pubblico?
Chissà, magari l’hanno scaricato in tanti. Di certo non siamo i primi a parlarne in rete.

E Manfredi, il più sfacciato (alias il violento product placement)
Quando il mostro trascina uno dei cadaveri, si nota che il malcapitato indossa jeans della Lee. Ma è un puro caso. Quelli c’aveva addosso.

Ce lo meritiamo?
Mah. Anche no.

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