Parto con il Folle, Todd Phillips, 2010

Avvertiamo i gentili lettori che il seguente post è già apparso in rete ieri, per la precisione su Pampero Fundacion, sito che ospita non solo recensioni di tale alta fattura, ma anche moltissimi post su documentari e dove scrivono ben due dei regaz di questo blog. . Mi raccomando, Fate ammodo.

Decisamente strana la carriera di Todd Phillips. Nel 1994, a soli 24 anni, esordisce con un documentario dedicato a uno dei personaggi più sconvolgenti della scena punk, ovvero il compianto Kevin Michael “GG” Allin. Il film si intitola Hated: GG Allin and the Murder Junkies e, grazie soprattutto alla forza dirompente del suo protagonista, diventa un piccolo caso, trasformando il suo realizzatore in un divetto del circuito underground. Quattro anni dopo, Phillips realizza un altro documentario dal titolo Frat House. Questa volta ci si interessa dei riti delle famose confraternite dei campus statunitensi. Uno sguardo impietoso e piuttosto crudo su quei ragazzoni tutti feste e “quando il gioco si fa duro i duri cominciano a giocare” con cui molti hanno dimestichezza cinematografica, ma che in pochi hanno visto da vicino. Frat House finisce al Sundance e vince il Gran Premio della Giuria. Poi, il colpo di scena. Dopo questi due documentari, nel 2000 Todd Phillips passa al cinema di fiction e lo fa con Road Trip. Il film produttivamente parlando è l’opposto dei suoi due precedenti lavori: una teen comedy ascrivibile al filone post American Pie che, sfruttando anche la presenza di Sean William Scott, diventa un enorme successo commerciale.

Ho messo bromance su google immagini. Dannato internet.

Ho messo bromance su google immagini. Dannato internet.

Da allora, se escludiamo la piccola parentesi Bittersweet Motel (documentario dedicato alla band dei Phish), Todd Phillips si è sempre dedicato solo alla fiction, diventando col tempo una garanzia per quanto riguarda le commedia americane. Anzi, pur muovendosi in un genere che ovviamente non disdegna triviali cadute di stile, possiamo dire è diventato un vero e proprio autore con una sua precisa poetica. Dopo Road Trip, tra gli altri, ci sono stati Old School (con una groosa partecipazione del Frat Pack: da Will Ferrell a Luke Wilson passando per Vince Vaughn), ma soprattutto il blockbuster The Hangover, arrivato in Italia con l’improbabile titolo Una Notte da leoni. Quest’ultimo è arrivato in un momento cruciale per la nuova commedia a stelle e strisce. Mentre Judd Apatow e l’onnipresente Ferrell cominciano a perdere qualche colpo, Phillips centra clamorosamente il bersaglio. Il film, oltre a lanciare l’incredibile Zack Galifanakis, racconta ancora una volta la stessa storia: una classica bromance. Di cosa parliamo quando parliamo di bromance? Quello strano rapporto a cavallo tra stima, amicizia, rispetto che sfocia in un casto amore che si viene a creare tra due o più maschi in difficili condizioni.

E sai cosa bevi.

E sai cosa bevi.

E mentre è in post produzione The Hangover II, Todd Phillips ha trovato il tempo di dirigere Due Date, che arriva nelle nostre sale con il titolo di Parto col Folle. No, non dite niente. Tanto ci siamo capiti. Di cosa parla Due Date: di una bromance. Quella tra Robert Downey Jr. e Zack Galifanakis. Il primo è un architetto serio e maturo che deve tornare entro giovedì a Los Angeles da sua moglie che sta per partorire. Il secondo è un sedicente attore che cerca di arrivare a Hollywood per inseguire il suo sogno in compagnia di un barattolo di caffè contenente le ceneri del defunto padre. I due, sotto qualsiasi luce li si voglia inquadrare, sono l’uno l’opposto dell’altro. Alto, basso. Figo, babbo. Sano, pazzo. Fondamentalmente il film è tutto qui: due caratteri opposti, costretti a stare vicini in un lungo road movie. Direi niente di incredibilmente nuovo. L’interesse nel film sta nel mondo in cui Phillips riesce – in un film palesemente interlocutorio – a gestire una trama che sta tutta su un fazzoletto con grande mestiere. Nei 92 minuti precisi precisi di film, c’è esattamente tutto quello che ci aspettiamo ci possa essere in una commedia road movie. Quasi inutile che vi scriva lo schema del film: c’è l’iniziale diffidenza, la compagnia coatta che porta a un odio profondo che si trasforma poi in stima, amicizia e amore. In mezzo c’è tutto quello che ci deve essere in un road movie, che vuol dire grandi paesaggi, tramonti e tanta musica da sparare altissima. Anche l’utilizzo che viene fatto dei due attori è prevedibile, ma al tempo stesso perfetto. Galifanakis, ancora una volta, è un buffo e paffuto bambinone al limite della demenza. La sua inadeguatezza verso tutto ciò che lo circonda si nota ovviamente di più se paragonata alla sicurezza e alla coolness che trasuda Downey Jr. anche stando fermo immobile. Il tutto è poi arricchito dalla classica parate di camei di amici: c’è Juliette Lewis che spaccia marjiuana (il suo compagno è lo stesso Phillips), Jamie Foxx nella parte di un fighissimo giocatore di football americano, RZA come addetto alla sicurezza dell’aereoporto e il fuoriclasse Danny McBride al solito scorretto e insopportabile. Probabilmente le scintille vere le vedremo in The Hangover II, ma per chi ha a cuore il genere qui c’è un compitino ben confezionato. Forse con poca fantasia, ma con tutte le sue robine al posto giusto. Vince il premio frase scontata dell’anno: “In lingua originale fa più ridere”.

C'è anche un cane simpatico.

C'è anche un cane simpatico.

IMDB | Trailer

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