Il nostro viaggio nel cinema italiano/17: Zairo – Il primo giorno, di Antonio Centomani, 2010

Trama.
Zairo (Max Farace) è il figlio adottivo di un boss della malavita cinese, ma fa il poliziotto, conosce le arti marziali e deve cercare di scoprire e annientare i legami tra la criminalità locale e quella di importazione. Si muove perciò tra Napoli e Bologna, tra quartieri malfamati e ristoranti cinesi, cercando di sventare il sequestro della giovane figlia di un giudice (Alessia Fabiani). Zairo è molto pensoso. Lo aiutano gli spettatori del film, scegliendo per lui, con gli appositi comandi del dvd, le direzioni da far prendere all’azione in una serie di combinazioni binarie.

Giudizio sbrigativo.
Come si capisce non è un film vero e proprio, ma è presentato come un G.A.M.E. (Great Action Movie Entertainment), cioè una specie di via di mezzo tra il film e il videogioco. Il plot prevede infatti che i protagonisti si trovino davanti a scelte binarie (scarcerare o no il boss, rischiare o no l’imboscata…) nei quali gli spettatori devono scegliere per loro. In alcuni casi le scelte sbagliate conducono a punti morti della narrazione, e si deve allora tornare indietro. In altri casi invece introducono linee parallele del racconto. In pratica una specie di Libro Game, per i nostalgici di Lupo Solitario.
Non entro nel merito qualità di Zairo come videogioco, visto che sono un pessimo gamer e rimando alla recensione di wired.it. Come film è abbastanza povero, nel senso che la trama rimane oscura anche alla seconda visione, la recitazione spesso amatoriale e le situazioni ampiamente implausibili. A parziale discolpa dei realizzatori, va detto che per mettere in piedi un progetto così ci vorrebbero molti più soldi.

Perché lo abbiamo visto?
Perché un collega aveva il dvd sulla scrivania, gli ho chiesto “Posso prenderlo?” e lui ha risposto “Sì, certo”.

Fulmine di Pegasus (aka triplo dolly carpiato con avvitamento aka la scena ricca aka buttiamo due soldi su questa sequenza che facciamo il botto aka “la mia arte si esprime nella visione”)
Una sequenza di inseguimento su motoscafi non è male, ricorda vagamente Amsterdamned (e sottolineo vagamente). Ma la cosa migliore ha a che fare con le ristrettezze di budget che per il resto (vedi punto successivo) affliggono il film: gli esterni su Napoli, per lo più dall’alto e chiaramente “rubati”, con il traffico fuori controllo e la vita delle strade periferiche. Il modello è evidentemente Gomorra, ma hanno una sana sporcizia da vecchio poliziesco, che nemmeno tutti i Gonzalez Iñarritu dell’universo possono sintetizzare in laboratorio.

Momento Centovetrine (alias la scena povera alias hai speso i soldi per il triplo dolly, adesso quest’altra la fai con un totale di 3′ e la illumini con la luce di emergenza Beghelli, e il fonico oggi non viene perché aveva un torneo di karate)
Il protagonista e ideatore del progetto Max Farace si impegna, va bene. Ma buona parte del cast è imbarazzante e il doppiaggio non aiuta. In una delle sequenze in cui si arriva perchè si è preso il bivio narrativo sbagliato, ambientata a Bologna (riconoscibile la fermata dell’ATC), compare un personaggio della malavita cinese doppiato malissimo da un italiano che imita l’accento cinese.

Dai, dai, dai che la giriamo (alias la scena in cui il film sembra decollare)
Mai. Qualche speranza durante la sequenza già citata del motoscafo.

Enchanted Bunny (alias la scena in cui il film si suicida)
Il momento in cui entra in scena Alessia Fabiani, vittima  designata di un crudele rapimento. Roba da riguardare e rivalutare la “trilogia Alessia Merz” (copyright Tuono Pettinato).

Tarallucci e vino (alias c’è un conflitto? che cos’è il conflitto alias l’altro umiliato in sottotesto)
Impossibile rispondere. Bisognerebbe vedere tutta la serie, che comprende 12 episodi. Se qualcuno ne ha voglia, si faccia vivo.

La società si prende le sue colpe?
Ebbene sì. Perché il film parte con una accorata denuncia dello sfruttamento dei lavoratori clandestini. In fondo Zairo (a proposito: l’accento è sulla a: Zàiro) è anche lui un figlio di questo scontro di civiltà.

Indice di in-vaccabilità (alias quanto è riconducibile a: “è di destra o di sinistra?”)
Una volta Zairo sarebbe stato di destra, perché mena le mani ed è allergico al distintivo. Oggi, siccome difende gli extracomunitari, rischia di passare per vendoliano. Sic transit gloria mundi.

Indice “Montale e i suoi limoni (alias sfoggio di high culture a caso):
No, direi di no.

Indice di Tarantinabilità (alias c’è qualcosa che tra vent’anni ci sembrerà troppo avanti?)
Sei. Con un po’ di distanza dai modelli di riferimento – parecchio eterogenei: da Matrix a Gomorra –  forse tra qualche anno potrà emergere un’anima exploitation. Ma non subito.

Maggio 2007 (alias segnali di calendario possibile alias tette laterali)
Niente.

Pubblico? Quale pubblico?
Poca roba temo. Mi pare troppo farraginoso per funzionare come gioco e un po’ povero di scene cult per essere rivendicato dal basso.

E Manfredi, il più sfacciato (alias il violento product placement)
Con garbo. Partner del progetto è il marchio campano di abbigliamento MoscaNueva, come è dichiarato onestamente nei titoli di testa.

Ce lo meritiamo?
Se lo cerchiamo ce lo meritiamo.

2 Comments

  1. babidec
    Posted 10 febbraio 2011 at 09:53 | Permalink | Rispondi

    scusa, nella locandina si legge un “Claudia Gerini” con qualcosa d’indecifrabile sopra. Che fa?

  2. paolo
    Posted 10 febbraio 2011 at 12:25 | Permalink | Rispondi

    Non te lo so dire, perché nell’episodio che ho visto non c’è, compare in quelli successivi. Non so nemmeno se siano stati distribuiti. Se hai voglia di cercarli…

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