Into Paradiso, Paola Randi, 2010

Sono passati mesi dall’ultima recensione via chat o, se volete che facciamo i fighetti, dll’ultima recensione dialogica. Ancora una volta Paolo e Francesco si danno appuntamento su Skype per chiacchierare di Into Paradiso, un film bizzarro che stimola il confronto e la discussione.

Alfonso (Gianfelice Imparato) è un ricercatore che, in vista del prossimo licenziamento, chiede una raccomandazione al politico in odore di elezioni Vincenzo (Peppe Servillo) che, a sua volta, lo coinvolge in una pericolosa consegna di una pistola (impacchettata). Ovviamente la consegna va male, e Alfonso si trova costretto a rinchiudere Vincenzo in una baracchetta abusiva sul tetto di un palazzo del centro storico di Napoli, nel mezzo dei vicoli abitati dalla comunità dello Sri Lanka. Il nuovo arrivato è l’ex campione di cricket Gayan (Saman Anthony), che pensa che in Italia ci sia un paradiso per lui che lo aspetta. Quest’ultimo, invece, si trova costretto a fare da badante a un’anziana signora non particolarmente lucida, che ha una sola passione: la telenovela che Alfonso guardava ogni giorno con la defunta mamma. Alfonso, nel frattempo, è costretto a rimanere sul tetto del palazzo, perché sotto, ad aspettarlo, ci sono i temibili sgherri di Don Fefè.

Paolo. Vale il solito discorso della riserva indiana? Vale a dire che, se non fosse un film italiano, forse ne parleremmo male e invece, siccome è un film italiano, lo vogliamo difendere?
Francesco.
Non saprei: sarebbe difficilissimo immaginarsi un film del genere non italiano, credo. Se, con uno sforzo mentale, lo penso ambientato, che ne so, negli USA, mi verrebbero comunque in mente dei classici luoghi della commedia americana contemporanea presenti nel film: dalle piccole cose, come le battutine sui coltelli e le pistole degli sgherri, fino alla struttura.
P. Però ha anche alcune cose di quel cinema europeo sulla diversità simpatica, tipo Jalla Jalla, o E morì con un falafel in mano. Quelle robe che altrove giudicherei fastidiosamente equosolidali e che invece qua ispirano, almeno in parte simpatia. Intendo dire, è interessante, per un film italiano che a) si parli di immigrazione in termini di commedia e b) il discorso sia portato avanti attraverso un doppio punto di vista. Quello del nativo, che si trova immerso in una comunità straniera che ha preso possesso della sua città, e quello dello straniero appena arrivato, in preda a uno spaesamento radicale. Niente a che vedere con le costruzioni più manichee di altri film, penso a Bianco e nero di Comencini, per dire.

F. Che era manicheo a partire dal titolo, peraltro. Ma no, diciamolo: Into Paradiso desta interesse, per tanti motivi. Di storia e caratteri, o narrativi in genere, ma anche come messa in scena. Magari di questo parliamo dopo. Io invece trovo che la struttura regga benissimo alla fine, ma che poi il film si perda, fino ad arrivare a una seconda metà piuttosto stanca, soprattutto se confrontata con la freschezza dell’incipit.
P. Totalmente d’accordo. Niente da aggiungere: la ricerca dell’episodio curioso e del lato divertente e colorato alla lunga può stancare. Ai due protagonisti ne capitano di ogni colore e dopo un po’ si ha la sensazione che nuove bizzarrie non aggiungano nuovi elementi di interesse.
F. Sì, ma non solo. Il ritmo, inteso come editing del copione e, insieme, scelte di montaggio, cala drammaticamente. O forse hai ragione tu e a me sembra che cali solo perché sono saturo degli elementi che hai citato… Ma mi pareva che l’inizio fosse davvero originale.
P. Sì, è originale, ma con cautela. Mi pare che perverta (in senso buono) in chiave di commedia un elemento distintivo forte di Gomorra: il travelling macchina a spalla dietro la testa di Gianfelice Imparato. In fondo questo film è molto in debito con quello di Garrone… E per me questo non è per alcun motivo un difetto.
F. No, non lo è: io non so quanto però l’osservazione sia falsata dalla forte presenza di Imparato. Fa un ottimo lavoro sul personaggio, secondo me: dopo un po’ inizi davvero a pensare che porti sfiga. Non solo: trasmette una sensazione inquietante, per certi versi. Sembra sempre chiuso su se stesso, come se rifiutasse il mondo, tappandosi le orecchie e guardando nel microscopio. Un po’ esplicita, come metafora, ma ci sta.
P. Sì, metafora esplicita, anche troppo e forse troppo ripetuta. Poi parliamo anche della messa in scena, ma una cosa che ti volevo chiedere: ti ha fatto ridere?
F. No, direi di no. A te?
P. Ogni tanto. Messa in scena: coloratissima, una volta si sarebbe detto “trash”, ai tempi di Tano da morire, per intenderci, con personaggi sempre al limite della caricatura (sopratutto per ciò che riguarda i malavitosi) e commistioni tra realtà e immaginazione. Da questo punto di vista non mi ha fatto impazzire: funzionale, ma niente di originalissimo. Mi è sembrata più interessante l’idea del “paradiso” del titolo: l’abbaino sul tetto, quella specie di ridotto nel quale viene via via confinata l’azione, ma nel quale attraverso vari mezzi (tv, radio, racconto altrui, intrusioni) può arrivare il mondo intero.
F. E’ vero. L’altra cosa interessante, ma che è rischia di mostrare la corda, è la serie di accenni di metanarrazione che si trovano spesso. La messa in scena è onnipresente: dalla festa per l’arrivo del nuovo srilankese, alle riproduzioni della telenovela, fino alla memoria-moviola per ricostruire l’accaduto.
P. Tanta autoconsapevolezza, verso la quale siamo però indulgenti.
F. Sì, ci ha messo molto a realizzare il progetto, la Randi: cinque anni. Immagino che non avrà avuto facilità a trovare fondi.
P. Posso citare poi due note di merito? Intanto si sente Gennaro D’Auria, storico mago delle tv locali napoletane, amatissimo dai fan degli Elio e le Storie Tese. Poi l’Ape Piaggio ha un ruolo narrativo fondamentale. Non è poco…
F. Già. Ma insomma, io ti dico: ero molto contento, ma alla fine mi sono annoiato, a prescindere dal finale un po’ troppo “volemose bene”, ma non è grave.
P. Un po’ annoiato anch’io, ma il film lo consiglierei lo stesso. Belli i titoli di coda.
F. Mica è il nuovo “bella la fotografia”, vero?
P. Un po’ sì, temo.

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  1. By Vitaminic – Tra lutti, ghetti e matti on 16 febbraio 2011 at 17:20

    […] Infine, Into Paradiso, di Paola Randi con Gianfelice Imparato, Saman Anthony e Peppe Servillo. Parte bene questo film ambientato in un vicolo che racchiude una piccola comunità dello Sri Lanka nel cuore di Napoli. Tra momenti surreali, boss della camorra ghignanti e gli immancabili traffici illeciti, la commedia si perde dopo un po’, ma il tentativo è da lodare. Anche di questo film abbiamo parlato sul blog. […]

  2. […] Morris – La donna che canta, di Denis Villeneuve – Biutiful, di Alejandro González Iñárritu – Into Paradiso, di Paola Randi – In un mondo migliore, di Susanne […]

  3. […] equo e solidale Into Paradiso, di Paola […]

  4. […] temi scottanti come precariato, malavita organizzata e immigrazione. Quest’ultimo è svolto “attraverso un doppio punto di vista: quello del nativo che si trova immerso in una comunità straniera che ha preso possesso della sua […]

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