La donna che canta, Denis Villeneuve, 2010

Quando è uscito nei cinema La donna che canta, ne ho letto la trama velocemente e ho pensato “Ah, sì: ho visto il trailer. Medio Oriente, ricerca della madre, fratelli, famiglia… No, dai.” Poi ho letto che il film era rimasto tra quelli candidati all’Oscar come migliore film straniero e che concorreva per la cinquina finale. Insomma, alla fine abbiamo comunque deciso di inserirlo nella scaletta di una delle scorse puntate del programma. E per fortuna.

La donna che canta è tratto da una pièce teatrale ed è un esempio di scrittura e, in secondo luogo, di messa in scena raffinata senza che questa cura venga spiattellata a ogni svolta della trama o cambio di campo. La qualità della sceneggiatura e della regia tornano in mente a film concluso, quando la storia raccontata dal canadese Villeneuve ti ha dato l’ultimo schiaffone in pieno viso. Due fratelli gemelli vanno da un notaio, alla morte della madre: il notaio legge il testamento e i due scoprono che hanno un fratello a cui devono consegnare una lettera. C’è un’altra busta anche per il padre, di cui i due hanno solo vaghe notizie. Jeanne decide di partire subito per il Libano: è da lì, infatti, che viene sua madre. Il suo gemello Simon, invece, rimane: il conflitto con la figura materna è evidentemente ancora aperto.

Da qui il film segue una struttura parallela: mano a mano che la ragazza penetra nel passato della madre, ne veniamo a conoscenza anche noi, con dei flashback che non sono mai perfettamente contigui o didascalici rispetto a quello che abbiamo appena visto (o stiamo per vedere) nel racconto del “presente”. Villeneuve innesta un meccanismo di detection senza che questo diventi l’unico motore della vicenda. I fatti storici dell’incasinato Libano degli anni ’70 sono ben presenti, così come acquista un’importanza sempre maggiore la figura di Nawal, la madre dei gemelli: conosciamo sempre di più di lei, ma questo non annulla il senso di mistero e di ineluttabile impenetrabilità di alcuni lati della sua persona. Jeanne continua la sua indagine, che la porta a dei veri e propri shock: accorrerà Simon, fino alla conclusione (drammaticissima) della vicenda.

E’ davvero un film ricco, La donna che canta: a ripensarci vengono in mente numerose letture, più o meno metaforiche e simboliche, delle intricate e crude vicende che racconta. Ma, appunto, tutto ciò affiora dopo la visione del film: sono altri livelli di discorso che si affiancano, in maniera paratattica, alla vicenda narrata (e al modo in cui è messa in scena), senza che uno di questi diventi la “chiave di lettura” del testo. Questo è uno dei pregi del lavoro di Villeneuve, oltre alla direzione sicura di attori convincenti (soprattutto per quanto riguarda il cast femminile): saper raccontare in maniera onesta e pudica, distogliendo gli occhi dalla violenza che permea la storia, ma non per dimenticarla, bensì per non renderla l’unica cifra di un film molto al di sopra della media.

IMDB | Trailer

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