Gli arcinemici di Secondavisione: 127 Ore, Danny Boyle, 2010

Io gli Oscar me li vedo tutti gli anni. Ne ho saltati veramente pochi. Non ne posso fare a meno, è tipo una droca. Fatta eccezione per l’interminabile red carpet e per le discussioni sui vestiti, di cui veramente non me ne frega nulla, mi piace tutto. I premi tecnici, i balletti, le gag che funzionano e anche quelle che non funzionano. Mi emoziono abbestia agli Oscar alla carriera, al momento In Memoriam e praticamente a tutti i discorsoni dei vincitori. Mi piace anche l’idea del pijama party con gli amici. Addirittura mi piace essere tutto rincoglionito il giorno dopo. Insomma, uno spasso. Poi, sarò scemo io, ma come vuole il luogo comune del vero tifoso calcistico, io tifo per il bel giuoco. Sono contento se agli Oscar vincono dei filmoni. Consequenzialmente tifo contro a quelle pellicole che secondo me non sono degne di essere lì. Bisogna scegliere un nemico, qualcuno da odiare, qualcuno che speriamo se ne torni a casa a mani vuote. Anzi, peggio: qualcuno che venga chiamato sul palco e poi umiliato di fronte a tutti: “E te, mio caro, hai vinto il premio dello stronzone. Il premio Non Lo Fare Mai Più! Che ti sia di lezione. Adesso prendi e vai, vai… tornatene da dove sei venuto!”. Voi ce l’avete un nemico così? Io ce l’ho: si chiama Danny Boyle.

Nunca Mas!

Nunca Mas!

Nel 2009 il suo The Millionaire s’è portato a casa otto statuette su dieci per cui era stato candidato. Uno scandalo. The Millionaire, quel film che ha fatto impazzire tanto vostra zia, ha rubato. Io ve lo dico. Ha ingannato tutti con la sua arietta da fiaba esotico turistica e, sfruttando la cara e vecchia arma del ricattino morale, ha vinto otto Oscar. E olè! Via libera alla morale dei poveroni bambinoni teneroni indiani che hanno il loro giorno di gloria al Kodak Theatre. Gesù, ma voi vi ricordate l’imbarazzo del finale del film con il ballettino? “Siccome ho letto su Vanity Fair che Bollywood è un cinema tutto balletti, io ce ne piazzo uno fatto MALISSIMO alla fine! Geniale! Qui sbanco tutto!”. Ed è andata esattamente così. Il perfido arcinemico Danny Boyle e la sua infinita cialtronaggine, fatta di macchine da prese sempre e comunque storte, di musichine indiane mescolate ai nuovi ritmi urbani, il suo sbattere bambini maltrattati in primo piano con sottofondo di piagnosi violini, ha ingannato tutti.

Provate a non darmi un premio adesso...

Provate a non darmi un premio adesso...

Quest’anno Danny ci riprova con 127 Ore. A cui noi diciamo no, no, no. Il film racconta la vera storia del povero Aron Ralston, un aplinista americano che è rimasto incastrato per ben 127 ore in un canyon a causa di una roccia. Lui stava per tornare a casa e, tac, una roccia malandrina s’è spostata e gli ha incastrato il braccio. Tira di qui, tira di là, ma niente da fare. 127 ore fermo immobile a marcire. Fino al gesto estremo. Fino a quando Aron s’è tagliato il braccio per potersi liberare.

Aron Ralston, James Franco e in mezzo un furbone.

Aron Ralston, James Franco e in mezzo un furbone.

Ora, la storia in sé è affascinante, c’è poco da dire. Il vero Aron l’ha raccontata in tutti i Late Night Show del pianeta. C’è un libro (scritto da Rolston stesso e da cui è tratto il film) dal titolo Between a Rock and a Hard Place e ci sono anche dei documentari (Desperate Days in Blue John Canyon, che ha fatto parte della trasmissione della NBC Dateline e Survivor: The Aron Ralston Story With Tom Brokaw, se non sbaglio sempre della NBC). Ed ora siamo arrivati alla fiction con il nostro odiato Danny Boyle, il quale – carichissimo per la vittoria del suo The Milionaire – ha riacquistato quell’aria da grande autore che con il tempo aveva smarrito per strada. Già, perché io vi ricordo che se non fosse stato per The Millionaire, Danny Boyle ce lo saremmo tutti dimenticati. Un po’ come Jovanotti, se non avesse abbindolato tutti con (Tanto)³. Non ne beccava una da tempo, Danny. Non è un caso che ancora oggi sulle locandine dei suoi film ci sia scritto “dal regista di Trainspotting”. Perché dopo Trainspotting ha diretto: Una Vita Esagerata, The Beach, 28 Giorni Dopo (su cui, qualcuno potrà non essere d’accordo, ma io stenderei una trapunta pietosa in piombo), Millions e Sunshine. Sunshine, anche se ho un’amica che mi dice che è effettivamente bello, io non l’ho visto. Per cui, sì, non posso dire che i suoi film post Trainspotting siano proprio tutti tutti delle merde, ma andiamo vicino all’enplein.

Bambini teneri! Dal regista di Trainspotting!

Bambini teneri! Dal regista di Trainspotting!

127 Ore non fa eccezione. 127 Ore è un film di rara banalità e supponenza. Vi spiego perché. Perché secondo me quello che ha convinto il signor Boyle a voler fare questo film, è stata la possibilità di dire la sua sul potere delle immagini nella nostra società odierna. Non solo! Ha anche approfittato dell’occasione per dirci che stare in questo mondo che ci porta inevitabilmente a isolarci, a stare per i fatti nostri, a fuggire, è una condizione alienante e tanto brutta. Questo è il fulcro del film di Boyle. Questo si legge tra le righe di un film fatto di soggettive dell’acqua che scende in una borraccia, di sequenze in cui il povero Aron intrappolato c’ha le allucinazioni e vede la sorella vestita da sposa, sé stesso bambino, i suoi genitori che lo portavano a vedere i canyon in giovine età, i suoi pochi momenti felici con la donna della sua vita che lui ha abbandonato perché ha scelto di stare solo! “No, Aron, non si sta soli. Se noi poi rimani da solo incastrato sotto il peso si una roccia. Si chiama metafora, Aron. E pesa come un macigno. Che ti blocca il braccio. Ho usato un’altra metafora? Scusa Aron. C’ho la metafora facile”.

Anche no.

Anche no.

E poi ci sono le immagini. Il vero Aron, nelle 127 ore in cui è rimasto intrappolato, s’è ripreso con la sua piccola videocamera. E poi ci sono le foto che ha scattato con la sua macchina fotografica. E poi ci sono le ultime immagini, riprese dalle telecamere di sicurezza, di lui che esce dal negozio dove lavorava per andare nel canyon. E poi ci sono le immagini dei satelliti. Ma il nostro mondo è un fantastico mondo fatto di immagini, di tante immagini che ci arrivano da tante parti: le televisioni, i documentari, i video amatori, le pubblicità, i film. Immagini vere, immagini finte, sognate o costruite. E Danny Boyle è l’omino che prende tutto questo caos e lo ordina per raccontarci la storia del povero Aron. E il risultato sembra una di quelle pubblicità delle macchine fotografiche digitali che vai India, fai le foto, poi le metti sul computer e le stampi o le mandi a tua mamma sull’iPhone. E poi, ma perché un film del genere si apre con un’immagine di musulmani in preghiera? Ma cosa c’entra?

Tifosi + Papa Boys + Musulmani = Cinema sul pezzo

Tifosi + Papa Boys + Musulmani = Cinema sul pezzo

Danny Boyle, che come sempre gioca sporco, allunga il brodo fino all’inverosimile (vedi il finalone sulle note di Festival dei Sigur Rós), per poi calare l’asso di bastoni sul momento dell’amputazione, che è lì che si concentra l’attenzione dello spettatore. La maggior parte del tempo la passa a infarcire il quadro di simpatiche cose tutte matte, per meglio esprimere la pazzia del povero Aron in quei terribili momenti. E, lo diciamo con tutto il rispetto possibile immaginabile, ma è incredibile come Hollywood abbia già abboccato al trend del film ricattatorio su qualche monco pieno di coraggio. Come altro giudicare l’operazione Soul Surfer, il cui trailer vi abbiamo presentato qualche Sunday Trailer Fever addietro e che per l’occasione vi ripresentiamo ora?

Io incrocio le dita per la premiazione. Giuro che se questo film vince l’Oscar come miglior Film, obbligo la mia amica Olivia Wilde a spogliarsi in piazza. Danny Boyle, sappi che ti disprezzo. Personalmente trovo James Franco molto figo e molto bravo.

IMDB | Trailer

8 Comments

  1. babidec
    Posted 23 febbraio 2011 at 10:26 | Permalink | Rispondi

    Danny Boyle: pupù. Academy: idem. Ergo: possibile Oscar.
    Bella la chiusura anche se James Franco non è “molto” bravo e “molto” figo. Troppo di più…

  2. valido
    Posted 23 febbraio 2011 at 11:48 | Permalink | Rispondi

    Di tutti gli Oscar vinti da The Millionaire, quello per miglior canzone e’ una delle cose piu’ platealmente razziste nell’intera storia dell’Academy.

  3. Francesco
    Posted 24 febbraio 2011 at 10:08 | Permalink | Rispondi

    127 ore mi fa rivalutare anche Il cigno nero.
    Non pensavo potesse succedere.
    Che monnezza assoluta.
    Danny Boyle, tu sia maledetto.

  4. Seppia
    Posted 25 febbraio 2011 at 02:21 | Permalink | Rispondi

    Ma che è, il blog degli spocchiosi del cinema? Valutiamo una merda i film per la loro fama e per il numero di candidature agli oscar perchè così ci sentiamo più di nicchia… poco male se la critica mondiale, in media, assegna un bel fresh a 127 ore. Il film non è un capolavoro, magari non da candidatura, ma è sicuramente godibile. Dire che è una merda è solo un’esagerazione per sentirsi una spanna sopra gli altri. My two cents.

  5. fedemc
    Posted 25 febbraio 2011 at 09:59 | Permalink | Rispondi

    sì, siamo spocchiosissimi.
    a noi piace solo il cinema europeo.
    e possibilmente di nicchia.
    our two cents, eh?

  6. Seppia
    Posted 25 febbraio 2011 at 17:03 | Permalink | Rispondi

    Buon per voi, perché 127 ore è stato coprodotto con il Regno Unito. Dai, più in là scriverò anche io male di quasi tutto quello che capita in nomination agli oscar. I miei due centesimi di euro :D.

  7. fedemc
    Posted 25 febbraio 2011 at 17:09 | Permalink | Rispondi

    and it’s irony detection time!
    (una cosa di nicchia sull’intranet)

  8. franz
    Posted 11 marzo 2011 at 17:14 | Permalink | Rispondi

    mai letto tante recensioni e commenti sgrammaticati , è troppo pure per me che non sono un letterato ahahahah …..ma il senso è in fondo giusto

4 Trackbacks

  1. By Sunday Trailer Fever « secondavisione on 13 marzo 2011 at 07:03

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