Black swan, Darren Aronofsky, 2010

Ho letto da qualche parte che tra le dieci regole per vincere l’Oscar a colpo sicuro ci siano quelle di recitare con accento bostoniano, di essere Jeff Bridges o di presentarsi alla cerimonia degli Oscar col pancione.  Ora, possiamo chiudere la questione qui, essendo Natalie Portman in dolce attesa.  A ciò si aggiunga che la sua viscerale, intensa, drammatica, carnale  interpretazione del Cigno nero di Darren Aronofsky strappa l’anima. Letteralmente. E immaginiamo la strapperà pure agli onorevoli membri dell’Academy, al di là dello sguardo addolcito dalla gravidanza.
Ho letto da un’altra parte invece che Black swan e The wrestler erano stati concepiti nella mente di Aronofsky come un unico film, qualcosa del tipo “una ballerina che si innamora di un lottatore di wrestling”: e che ci si trovi di fronte ad una sorta di dittico è palese, anche se l’ultimo lavoro del regista non può, a parere di chi scrive, essere bollato come una copia malriuscita del pur splendido, intenso, riuscitissimo Wrestler.

Certo è che Aronofsky mantiene il gioco di rimando tra attore e personaggio, sovrapponendone fibra, sostanza, spessori:  più accentuato in The wrestler, meno intimo, meno coincidente ed invasivo nel personaggio di Natalie Portman. Così come mantiene la centralità dei corpi, dal ring al palcoscenico, il loro completo asservimento all’arte di turno, nei lividi del lottatore Rourke come nella magrezza esasperata di Nina/Nathalie. La storia credo sia conosciuta ai più: Natalie Portman è Nina, una ballerina di danza classica che viene scelta per interpretare il doppio ruolo (quello di Odette, principessa intrappolata in un corpo di cigno bianco e del suo doppio oscuro Odile, il cigno nero per l’appunto) di protagonista nel Lago dei cigni. Il coreografo Thomas Leroy (Vincent Cassel, dio lo benedica) non ha remore nell’accantonare la precedente etoile (una convincente, scurissima Wynona Ryder su un precoce viale del tramonto) per raggiunti limiti di età, nè ha dubbi sulla bravura di Nina nell’ incarnare la grazia eterea e il candore del cigno bianco, mentre è più perplesso sulla sua capacità di vestirsi dell’allure sessuale magnetica ed oscura del cigno nero. Per questo le affianca, come una sorta di pungolo e sfida, un’altra ballerina, Lily (Mila Kunis) tecnicamente  più incerta della perfezionista Nina ma istintivamente più adeguata a vestire i panni di antagonista dark e ammaliatrice. La volontà ferrea di Nina nel diventare unica etoile si scontra prima con le sue fragilità, fantasmi e frustrazioni, fino a diventare ossessione e precipitare in una serie di visioni, scomposizioni dell’io, scontri con l’ambiguità e la doppiezza della propria natura (costantemente repressa e controllata pure dall’ansia di riscatto della madre, ex ballerina dalla carriera mai decollata) fino al finale in cui l’arte si compie, finalmente perfetta, e la rappresentazione artistica arriva a coincidere con il compimento di sè, nel momento stesso in cui lo si abbandona.

Da diverse parti ho sentito definire il film di Aronofsky più o meno come la storia di una danzatrice frigida che, titillata da Cassel e da fantasie lesbiche sulla bella Kunis perde i freni inibitori che le impediscono di godersi la vita. Il mio parere si discosta un pochino da questa condanna senza appello. Saranno le suggestioni a là Powell & Pressburger (la fotografia di Matthew Libatique, alla sua quarta collaborazione con Aronofsky e in corsa per gli Oscar, in più di un punto accenna alle suggestioni in Technicolor di Red shoes), sarà l’alto grado di emozionalità della Portman, la tensione che mai si spegne nelle quasi due ore del film, la visceralità della camera a spalla che risucchia letteralmente nelle torsioni dei corpi danzanti, il simbolismo (volutamente) esplicito nella contrapposizione tra bianco e nero, buio e luce, candore e perdizione. Aronofsky padroneggia ad arte gli elementi narrativi, la complessità del racconto e del percorso che portano Nina da uno stadio adolescenziale, di autocontrollo spinto all’esasperazione (l’autolesionismo che sfoga un’aggressività ed una sessualità represse, si direbbe in psicanalisi), al suo nuovo status di angelo caduto, nel quale pure si compie la perfezione del gesto artistico. Il volo nel nero (come quello che fu del wrestler Rourke), la caduta del cigno diventa il momento in cui si compie il destino del personaggio, inevitabilmente e in maniera perfetta (“I just wanna be perfect” dice Natalie Portman/Nina a Thomas; “I just wanna dance” dice Moira Shearer/Victoria Page a Lermontov).
Insomma vedetevelo. Tanto o lo amerete o lo disprezzerete. O bianco o nero, per l’appunto.

IMDB | Trailer

One Comment

  1. Posted 8 marzo 2011 at 13:58 | Permalink | Rispondi

    Lo amo, riconoscendone le imperfezioni.

4 Trackbacks

  1. By And The Ratigher goes to… « secondavisione on 28 febbraio 2011 at 16:31

    […] che quest’anno il premio è un’opera dell’artista Ratigher ispirata al film Il Cigno Nero. Vi mostriamo […]

  2. […] E lui, con savoir faire eccezionale, ci ha messo meno di un minuto per parlare (male) di Il cigno nero di Darren […]

  3. […] della Comunicazione – La pecora nera, di Ascanio Celestini – Inception, di Christopher Nolan – Il cigno nero, di Darren Aronofsky – Machete, di Robert Rodriguez ed Ethan Maniquis – Buried, di Rodrigo […]

  4. […] Con un’avvertenza fondamentale: quei cinema proiettano tendenzialmente film come Drive e Black Swan, non retrospettive su Fredi […]

Pubblica un Commento

Required fields are marked *

*
*

%d blogger cliccano Mi Piace per questo: