Sorelle Mai, Marco Bellocchio, 2010

Personalmente, sono molto felice quando mi trovo a tu per tu con un film straniante, difficilmente definibile, sfuggente. Credo sia un sentimento piuttosto condiviso e condivisibile, non dico nulla di nuovo. E’ un peccato, ed è la nota dolente che l’ultimo film di Marco Bellocchio mette in luce in maniera molto netta, che pochi siano, oggi, coloro che si possono permettere il lusso di sperimentare, al cinema. Così capita che un film che si compiace di un certo grado di acerbità (pur se sofisticatissima e studiata, a dispetto delle dichiarazioni del regista che tende a sminuire più che a esaltare questo film nato un po’ per caso) sia girato da uno che è dal 1965 dietro la macchina da presa.
Nato nel 1999 dall’esperienza di  “Fare cinema” (il laboratorio di “cinema della realtà” diretto dallo stesso Bellocchio nella sua Bobbio) e girato assieme agli studenti, Sorelle Mai è un singolare mix di fiction e realismo documentario, un’opera dichiaratamente autobiografica e al tempo stesso straniante, dove persone e personaggi hanno confini incerti, slabbrati. Strutturato su sei episodi (dal 1999 al 2008) è un ritratto di famiglia atipica: c’è Elena (la figlia di Bellocchio) che da bambina si fa adolescente, la di lei madre Sara (Donatella Finocchiaro) che ha delegato la crescita della piccola alle vecchie zie, le Sorelle Mai del titolo (le reali sorelle di Bellocchio), a  Bobbio (paese d’origine di Bellocchio, che qui ambientò I pugni in tasca) dalla quale è scappata per affermarsi come attrice a Milano; c’è il fratello di Sara, Giorgio (Pier Giorgio Bellocchio), almeno nei brevi momenti in cui non è in fuga, senza direzioni, dalla soffocante provincia (l’alter ego del regista), c’è il vecchio amministratore Gianni Schicchi, l’unica figura riconducibile ad una figura paterna altrimenti assente. La vendita delle proprietà di Sara, per comprare un appartamento per sè e la figlia a Milano dove ha ottenuto la sua prima parte importante, è il pretesto narrativo che tiene assieme i vari episodi, alcuni apparentemente estranei (l’episodio che vede protagonista Alba Rohrwacher). Durante i quali Elena cresce, e i cambiamenti del suo corpo sono la reale misura temporale di un quadro altrimenti fermo, immutabile quanto la soffocante realtà di provincia. Che è insieme incubo da cui fuggire ed inevitabile richiamo  da assecondare, per sperimentare un senso di appartenenza ora detestabile ora imprescindibile se si vogliono davvero fare i conti con se stessi. Le due sorelle Mai incarnano l’essenza stessa del vivere in provincia, nella loro immobilità e serena rassegnazione, immutabili come le strade e la festa di paese, come le vecchie mura di casa ed il fiume Trebbia nel quale immergersi.

Girato con una fotografia sgranata e una predominante cromatica scura e pastosa (un espediente per tenere insieme tutto il girato di nove anni in digitale e trasferirlo su pellicola in maniera omogenea, anche se può anche apparire come un costante richiamo all’attenzione estrema dello spettatore, ad uno sforzo di comprensione), nella quale Bellocchio si prende la libertà di inserire fotogrammi dalla sua opera d’esordio, Sorelle Mai è, visivamente e narrativamente, una rottura, una smagliatura nella rete, qualcosa di piacevolmente inatteso. Niente nostalgie nè svenevolezze, ma la semplice, solida accettazione dell’avvicendarsi delle stagioni e delle esistenze, anche quando tutto appare immutabile. Da vedere.

Trailer|IMDB

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