Silvio forever, Roberto Faenza e Filippo Macelloni, 2011

Eccolo infine l’attesissimo documentario Silvio forever che porta la firma della premiata ditta Stella-Rizzo, operazione sapientemente orchestrata da Lucky Red (spunta, dal nulla, nel febbraio 2011, il trailer nelle sale: segue l’odissea dell’oscuramento dello spot sui canali Rai e l’effetto collaterale dell’amplificazione pubblicitaria). Dichiarato l’intento, fin dai titoli di testa costruiti sul lay-out interno del famoso libercolo spedito dal Cavaliere agli ittagliani nel lontano 2001, alla vigilia dell’appuntamento elettorale: ricostruire e restutuire, di quella famosa “storia italiana”, la sua essenza più vera. Perchè il segreto del successo dell’uomo B., ce lo siamo ormai detti in più salse ed anche all’estero forse cominciano a capacitarsene (nonostante lo stupore ed una certa incredulità rimangano, il più delle volte, i sentimenti del mondo nei confronti dell’affaire Silvio), sta proprio nel suo essere l’espressione più volgare e veritiera dello spirito del popolo italiano. Almeno secondo gli ultimi sondaggi, come direbbe B.: una simpatica canaglia, il “pirata e signore” di iglesiana memoria, l’ affabulatore, l’ incantatore. Uno-che si-è-fatto-da-sè, che la scaltra spregiudicatezza ed un apprezzabile disdegno delle leggi (rivelatrice l’intervista in una sequenza di repertorio, con un giovane B. che si dichiara felicissimo dei vuoti di potere, che lo liberano dal giogo del sottostare alle regole, chè di giogo si tratta) hanno portato lontano, che si attira le critiche per la malcelata invidia degli altri, che contrappone la genuina rozzezza di chi sa stare vicino alla gente alla lontananza un po’ supponente della “sinistra” (e meno male che Silvio c’è, a ricordarci che esiste ancora) dell’intellettualismo settario.

Filmati d’archivio, documenti, foto, dichiarazioni tutte rigorosamente “vere” (la voce off è quella dello stesso Cavaliere,  affiancata da quella di Neri Marcorè “cavalierizzato”) filmati amatoriali (all’epoca di Yuotube ricco è l’apporto del web al film), sketches di comici contro (da Benigni a Rossi a Fo), “Drive in” e Mamme Rose commosse a rievocare le gesta dell’invincibile figlio, compongono un collage che rivela un fatto inconfutabile, cioè che ci si trovi di fronte, nel bene e nel male (la scrivente il bene non lo vede, ma è secondario), ad un monstrum, ad una vita al di là dell’ordinario, ad un’irresistibile ammaliatore di folle. Il “piazzista delle libertà” (cit.), il più grande piazzista del mondo nelle parole di Indro Montanelli, colui che delle tecniche di marketing ha fatto l’impianto stesso della propria esistenza (“a una donna non puoi chiedere “Usciamo sabato?” perchè rischi un no. Le devi invece domandare “usciamo sabato o domenica?” in modo che non abbia vie di fuga” arringa il nostro la consueta folla in deliquio) personale, professionale, imprenditoriale, politica. Uno che i sogni li sa vendere, che, come recita Fo, dice delle “balle che sono balle vere”, talmente tonde e grosse da diventare paradossalmente apprezzabili. Che comincia a tirar su due palazzine nel milanese e si trova a capo di un impero edile, editoriale, televisivo, finanziario. Che da piccolo andava a San Siro col padre e messi da parte un po’ di soldi il Milan se lo compra. Che beve l’amaro calice della politica per sconfiggere il pericolo comunista, con un linguaggio che pure in tempi di Guerra Fredda sarebbe suonato smaccatamente esagerato, e intanto a stento copre il ghigno di chi l’ha fatta un’altra volta sotto al naso. Silvio che canta, che predica, che piange, che abbraccia, racconta barzellette e fa le corna. Silvio, Silvio e ancora Silvio, affetto da narcisismo patologico ancor più che da smania di potere o necessità di difesa dai giudici, dalle navi Costa al culo di Ruby. Silvio che si sgretola da sè in preda a un’inarrestabile perdita di controllo, Silvio imperatore, Silvio sempiterno, sotto attacco eppure ancora saldo, troppo forte lui o troppo deboli gli altri. Nella filmografia che ormai si va facendo sempre più consistente attorno alla figura del nostro lider maximo (dal Caimano di Moretti  a Shooting Silvio, da Videocracy a, pure se non direttamente, Di me cosa ne sai di Jalongo) il documentario di Faenza non sembra in realtà aggiungere molto. Non c’è, senza dubbio, la forza iconoclasta ed irriverente del suo Forza, Italia! (correva l’anno 1977, e allora era la Dc). Oppure siamo noi ad essere ormai anestetizzati, ed usi al peggio. C’è forse, di nuovo, una disincantata presa di coscienza di un’allure innegabile del personaggio, tanto che la prima parte del film vira decisamente al positivo. I processi, le frodi fiscali, le minorenni, i lettoni di Putin, quelli vengono dopo. In mezzo un buco, sintetizzato, una volta per tutte e  insuperabilmente, da Daniele Luttazzi: “Cavaliere, ma lei i soldi dove li ha presi?”. Moretti li aveva fatti piovere dall’alto, nel suo Caimano. Qui si tace, o quasi. Resta da capire se il silenzio dica o insinui più di quanto non si sarebbe potuto sintetizzare nell’arco di 88 minuti di pellicola.

Trailer|IMDB

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